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lunedì 5 novembre 2012

S'i fosse fuoco

S'i fosse fuoco, arderei 'l mondo;
s'i fosse vento, lo tempestarei;
s'i fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i fosse Dio, mandereil' en profondo;


s'i fosse papa, allor serei giocondo,
ché tutti cristiani imbrigarei;
s'i fosse 'mperator, ben lo farei;
a tutti tagliarei lo capo a tondo.


S'i fosse morte, andarei a mi' padre;
s'i fosse vita, non starei con lui;
similemente faria da mi' madre.


Si fosse Cecco com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.

giovedì 3 maggio 2012

Proemio Eneide


Canto le armi,
canto l'uomo che primo da Troia
venne in Italia, profugo per volere del Fato
 sui lidi di Lavinio. A lungo travagliato
e per terra e per mare dalla potenza divina
a causa dell'ira tenace della crudele Giunone,
molto soffrì anche in guerra: finché fondò una città
e stabilì nel Lazio i Penati di Troia,
origine gloriosa della razza latina
e albana, e delle mura di Roma, la superba.
Musa, ricordami tu le ragioni di tanto
doloroso penare: ricordami l'offesa
e il rancore per cui la regina del cielo
costrinse un uomo famoso per la propria pietà
a soffrire così, ad affrontare tali
fatiche. Di tanta ira son capaci i Celesti?

Versione in prosa del proemio


Canto le imprese militari (battaglie)
ed Enea, il primo uomo che da Troia
giunse in Italia, fuggiasco (profugo) per volere del Fato (destino)
sui lidi del Lazio dove sarebbe sorta Lavinio. Sospinto a lungo
sia per terra che per mare dall’ostilità degli dei
a causa dell'ira tenace della crudele Giunone,
molto soffrì anche in guerra: finché fondò una città
e stabilì nel Lazio i Penati di Troia,
origine gloriosa della razza latina
e albana, e delle mura di Roma, la superba.
Musa, ricordami tu i motivi di tanto
doloroso penare: ricordami l'offesa
e il rancore per cui la regina del cielo
costrinse un uomo famoso per la propria pietà
a soffrire così, ad affrontare tali
fatiche. Tanto grande è la furia degli dei?

lunedì 19 marzo 2012

Il riassunto



Riassumere significa esporre brevemente e con parole proprie il contenuto essenziale di una narrazione più ampia e particolareggiata.
Il riassunto ha due funzioni, una per chi lo fa e una per chi lo legge.
L’arte del riassumere è importante e utilissima e la si impara mettendole in atto.
Fare riassunti serve a condensare le idee, in altre parole insegna a scrivere.
Le domande fondamentali:
     CHI? (i personaggi)
DOVE? (il luogo)
PERCHE’? (il motivo)
CHE COSA? (il fatto)
QUANDO? (il tempo)
Scheda guida per fare il riassunto:
Leggere attentamente il racconto e capirne bene il significato generale cercando sul vocabolario il significato di eventuali parole difficili o sconosciute.

Dividere il racconto in parti o sequenze per capire la successione logica dei fatti.

Individuare  i fatti principali, eliminando quelle informazioni (anche intere sequenze) che non sono indispensabili per lo svolgimento del racconto, ma che servono semplicemente ad arricchirlo. 
Esporre   con parole proprie, in forma sintetica e con periodi semplici e scorrevoli, il contenuto essenziale del racconto, usando un linguaggio referenziale, che si limiti cioè a riferire i fatti così come sono, senza alcuna considerazione personale.
In quest’ultima operazione vi sono delle precise regole da osservare:
-         trasformare il discorso diretto in discorso indiretto facendo attenzione al cambiamento di persona (da 1° a 3°) al verbo ai pronomi personali, agli aggettivi e pronomi possessivi;
-         scegliere il tempo verbale da usare nelle proposizioni principali e mantenerlo nello svolgimento del riassunto.

Come analizzare un racconto


   

Il racconto è costituito da una trama, cioè l’ossatura fondamentale della storia che si sviluppa nelle sequenze. La sequenza  è una parte di racconto che rivela unità di tempo, luogo, azione, contenuto.
Le sequenze: narrano, descrivono, esprimono giudizi o riflessioni dei personaggi, esprimono giudizi e riflessioni dell’autore.
Per individuare il passaggio da una sequenza all’altra esistono dei segnali indicatori:
a)      introduzione o nascita di un personaggio;
b)      cambiamento di luogo;
c)      cambiamento di tempo;
d)      cambiamento di modalità del testo: passaggio dalla narrazione alla descrizione, al dialogo.
Tra una sequenza e l’altra ci deve essere una differenza di contenuto (a,b,c) o di forma (d).
Il racconto si sviluppa attorno ai personaggi.   I personaggi possono essere analizzati secondo:
-         aspetto;
-         comportamento;
-          sentimenti, carattere.
In base al ruolo che i personaggi hanno nella storia si possono cogliere le relazioni, cioè i rapporti che hanno tra loro. Si possono individuare:
a)      relazioni positive: amore, collaborazione;
b)      relazioni conflittuali: scontro, contrapposizione;
c)      relazioni di indifferenza: i personaggi agiscono vicini senza avere relazioni.
Il racconto può essere narrato:
-         dal protagonista;
-         da un personaggio marginale;
-         da un narratore esterno che sembra sapere e vedere ogni fatto, ogni evento.
Per analizzare un racconto si devono cogliere:
a)      le caratteristiche dei luoghi;
b)      la dimensione temporale come successione o durata.
I personaggi sono l’elemento fondamentale del racconto, oltre i personaggi possono avere un ruolo importante: oggetti, animali, elementi del paesaggio. Oltre le relazioni tra personaggi è importante cogliere l’evoluzione psicologica e le trasformazioni interiori.
I luoghi.  Per analizzare i luoghi occorre (oltre all’individuazione):
-         distinguere se reali o immaginari;
-         enucleare ciò che li caratterizza;
-         riflettere sulle modalità di presentazione:
1.      esauriente e dettagliata;
2.      con annotazioni esplicite riportate dall’autore;
3.      senza nessuna informazione diretta per cui i luoghi vanno dedotti.
-         esaminare il ruolo della descrizione che può:
1.      introdurre le vicende;
2.      interrompere la successione degli eventi;
3.      riflettere e rispecchiare la psicologia dei personaggi.
I tempi. L’analisi dei tempi di una storia riguarda:
-         l’ordine degli avvenimenti narrati che può:
1.      essere cronologico, seguire la successione temporale reale;
2.      anticipare fatti futuri;
3.      ricordare eventi passati.
-         la durata degli avvenimenti. Per esaminare la durata degli avvenimenti occorre riflettere sul rapporto tra tempo del discorso e tempo della storia. Il tempo della storia è il tempo della durata reale degli avvenimenti, il tempo del discorso è il tempo della narrazione. Si possono verificare tre tipi di rapporto tra i due diversi tempi:
1.      il tempo del discorso è più breve di quello della storia, narratore che riassume;
2.      il tempo del discorso è uguale a quello della storia, dialoghi;
3.      il tempo del discorso è più lungo di quello della storia, il narratore sospende il racconto per lunghe riflessioni o descrizioni.

Il Mito




Come favola e fiaba si collega alla sfera dell’immaginario.
 Il mito racchiude le credenze, le convinzioni religiose, i valori morali di un popolo.
 Il mito è un racconto fantastico di tipo speciale perché ha un contenuto immaginario ma nasce da una necessità, quella degli uomini di conoscere alcuni aspetti della realtà le cui origini erano avvolte nel mistero.
 L’uomo si pone i primi perché e risponde con la fantasia.
A noi i miti servono perché ci danno informazioni sulla cultura dei popoli antichi (fonti storiche) e sulla loro mentalità, i miti hanno un carattere religioso.
Spesso i miti di popoli diversi si somigliano perché hanno elaborato spiegazioni simili.
I personaggi dei miti sono divinità o creature fantastiche (draghi, mostri), individui (eroi che sono a metà tra uomini e dei) con doti straordinarie, spesso sono figli di divinità. Di solito sono ben definiti. Anche gli elementi naturali alcune volte sono personificati.
Il tempo è molto remoto, alle origini dell’uomo ma indeterminato
Il luogo è generico e indeterminato, fantastico e immaginario
Le vicende riflettono le usanze dalla civiltà che ha scritto il mito
Il linguaggio è semplice perché prima erano orali.
La mitologia ha esercitato una forte influenza sulla civiltà occidentale.
Nel linguaggio moderno quando si parla di mito si intende una cosa diversa

LE ORIGINI DELLA FIABA


La parola fiaba (dal latino fabula) significa narrazione e ci riporta a storie di origine antichissima e misteriosa. Le fiabe, che a prima vista possono sembra­re racconti semplici e quasi infantili, in realtà tramandano un patrimonio di saggezza e di conoscenze comuni a popoli anche lontani fra loro e profonda­mente diversi. Questi racconti meravigliosi sarebbero quindi l'espressione di una cultura che accomuna popoli anche molto diversi tra loro, quasi che la fantasia e i desideri dell'uomo si esprimano in maniera «simile» in ogni luogo e in ogni tempo. Forse proprio per queste somiglianze, le fiabe, anche di epoche e culture lontane da noi, con­tinuano ad affascinarci e a sorprenderci.
Gli studiosi hanno cercato di capire quale origine possano avere le fiabe, a quale esigenza, comune a tutti gli uomini, esse rispondano.   Una teoria particolarmente affascinante è quella elaborata dallo studioso russo Vladimir PROPP (1895-1970) che ha individuato un legame tra la fiaba ed i riti di passaggio delle società primitive di cacciatori.  In età preistorica questi riti simboleggiavano il passaggio dall'infanzia all'età adulta attraverso il superamento di alcune prove, proprio come accade ai protagonisti delle fiabe. Consideriamo ad esempio la par­tenza dell'eroe con cui solitamente iniziano le fiabe. Secondo Propp, questa funzione corrisponde pres­so i popoli primitivi allontanamento dei giovani dalla tribù durante il ri­to dell'iniziazione. Che cos'è l'iniziazione? È uno dei momenti più importanti all'inter­no della vita delle tribù primitive e ancor oggi si svolge presso alcune tribù isolate del continente africa­no e sud-americano. Il rito si celebra al sopraggiungere dell'adolescenza. Con esso i giova­ni di sesso maschile vengono intro­dotti nella comunità, di cui diven­gono membri effettivi; da quel mo­mento in poi possono anche sposarsi. Durante un periodo più o meno lungo i giovani vengono allontana­ti dai genitori e devono dimostrare di poter cavarsela da soli all'inter­no della foresta, saper fuggire i pe­ricoli ed essere in grado di soddi­sfare i propri bisogni. Questo allon­tanamento, presso alcune popolazioni, prende la forma simbolica di un «rapimento» ad opera dello stre­gone del villaggio, travestito da ser­pente. Al momento della partenza il giovane viene accompagnato dai consigli degli anziani oppure da di­vieti particolari. Al giovane che sta per diventare un vero uomo vengono affidati dei com­piti, che servono a dimostrare il suo coraggio agli occhi della tribù. Il giovane, prima di entrare nella foresta, invoca gli spiriti che la abi­tano e porta con sé piccoli amuleti o totem, che raffigurano solitamente degli animali i quali hanno la fun­zione di proteggerlo durante la sua impresa. Durante l'iniziazione si ritiene che il fanciullo muoia alla vita «vecchia» per rinascere come uomo nuovo. Subisce insomma la «morte tem­poranea» che viene simboleggiata attraverso un seppellimento o ad­dirittura delle mutilazioni, come il taglio di un dito. I riti, celebrati nel folto della foresta, erano circondati dal più fitto mistero.  Spesso ai ragazzi, condotti singolarmente in un luogo rituale, (al centro della foresta c'è di solito una capanna, la grande casa dove si svolgono i riti di iniziazione: per en­trarvi bisogna conoscere una for­mula, uno scongiuro, oppure com­piere sacrifici e gesti particolari; la capanna e la foresta sono i sim­boli del regno dell'oltretomba e chi vi abita, lo stregone, ne è il custode) venivano presentate situazioni pericolose o che incutevano paura; esperti stregoni somministravano loro sostanze speciali, con l'aiuto delle quali gli iniziati vive­vano esperienze di conoscenza di sé, dei propri limiti, delle proprie effettive capacità nella resistenza al dolore. Dopo il superamento delle prove, in cui aveva dimo­strato coraggio, tenacia e capacità di sopravvivere da solo, il ragazzo tornava al villaggio «trasformato»: era diventato adulto e aveva il diritto di sposarsi. Il rito spiega dunque come comportarsi, in che cosa credere, come chiedere l'aiuto di un'entità misteriosa o divina. Superando le prove del rito, il giovane viene ac­colto nella comunità e incomincia a partecipare attivamente alla vita sociale del villaggio e della tribù. Anche nelle fiabe classiche il bosco è di solito un luogo misterioso e pieno di pericoli, l'eroe deve superare difficili prove e spesso subisce una trasforma­zione che gli consente di sposare la giovane per cui ha lottato. Con il mutamento della società e delle abitudini di vita, questi riti non vennero più celebrati, ma ne restarono il ricordo e la narrazione. Sarebbe proprio questa, secondo Propp, la radice antichissima non solo delle più antiche forme di teatro, ma anche dei miti e delle fiabe stesse.
Un altro studioso, Bruno BETTELHEIM (1903-1992), uno psichiatra austriaco vissuto negli Stati Uniti, ha individuato nel mondo delle fiabe uno specchio delle difficoltà psicologiche che ogni essere umano deve affrontare per cre­scere, diventare se stesso, affrontare problemi e dolori. Le fiabe ci comunicano, dice Bettelheim, «che una lotta contro le gravi difficoltà della vita è inevitabile, è una parte dell'esistenza umana e che soltanto chi non si ritrae intimorito, ma affronta risolutamente difficoltà inaspettate e spesso immeritate può superare tutti gli ostacoli e alla fine riuscire vittorioso. Le fiabe ci pongono di fronte ai principali problemi umani.» 
Questo spiegherebbe anche il fascino e l'attrazione che le fiabe esercitano sui bambini di tutto il mondo.   Nelle fiabe essi vedono raffigurati fantasticamente i loro problemi, le paure, la difficoltà di diventare grandi. 
LE FUNZIONI DI PROPP
Vladimir Propp,  ha confron­tato molte fiabe e ha scoperto che in tutte è presente un numero limita­to di motivi o temi fissi. Sussistono cioè personaggi o situazioni che esercitano nel racconto funzioni precise. Queste sono l'impalcatura, la struttura di fondo su cui viene poi costruita tutta la storia e inoltre si susseguono in modo quasi sempre identico all'interno di fiabe anche molto di­verse. Non in ogni fiaba, comunque, sono presenti tutte le funzio­ni: talvolta ne compaiono solo alcune.
 Cominciamo dai personaggi-tipo: Propp ne ha identificati sette.
1. L'eroe: il protagonista della fiaba.  2. Il falso-eroe: il personaggio che si sostituisce all'eroe per ottene­re favori o riconoscimenti immediati. 3. L'antagonista: il nemico del protagonista, il «cattivo» che osta­cola l'eroe. 4. Il donatore: il personaggio che fornisce all'eroe i mezzi magici per vincere l'antagonista. 5. L'aiutante: il personaggio che aiuta l'eroe in diverse circostanze. 6. Il mandante: il personaggio che manda l'eroe alla ricerca di qualcosa o di qualcuno. 7. Il ricercato: il personaggio che deve essere raggiunto, liberato, salvato.
Questi personaggi tipo non sono necessariamente tutti presenti in ogni fiaba, ma soprattutto i più importanti, come l'eroe, l'antago­nista o il ricercato, possono essere ritrovati in moltissimi racconti.
Ecco ora uno schema delle situazioni ricorrenti (funzioni) identifi­cate da Propp.
1.Allontanamento (uno dei mEmbri della famiglia si allontana, oppure muore). 2. Divieto (si proibisce qualcosa all'eroe oppure gli si impone un ordine). 3. Infrazione (la proibizione viene infranta). 4. Investigazione (l'antagonista cerca di scoprire qualcosa o cerca informazioni sull'eroe). 5. Delazione (l'antagonista svela un segreto).     6. Tranello (l'antagonista cerca di ingannare l'eroe).
7. Connivenza-complicità (l'eroe cade nell'inganno e favorisce in­volontariamente l'antagonista). 8.Danneggiamento(l'antagonista provoca una sciagura o un danno a uno dei membri della famiglia; manca qualcosa  o viene il desiderio di qualcosa). 9. Mediazione (la sciagura o la mancanza sono rese note; all'eroe viene imposto un compito difficile; ci si rivolge a lui con una pre­ghiera o un ordine, lo si invia in qualche luogo). 10. Consenso dell'eroe. 11. Partenza dell'eroe. 12. Prova a cui è sottoposto l'eroe. 13. Reazione dell'eroe. 14. Fornitura del mezzo magico. 15. Trasferimento dell'eroe. 16. Lotta tra eroe e antagonista. 17. Marchiatura (l'eroe viene marchiato o reso riconoscibile con un segno sul corpo). 18. Vittoria sull'antagonista. 19. Rimozione della sciagura o mancanza iniziale.   20. Ritorno dell'eroe.  21. Persecuzione dell'eroe.     22. Salvataggio dell'eroe.
23. Arrivo in incognito a casa dell'eroe. 24. Pretese infondate del falso eroe. 25. Compito difficile imposto all'eroe. 26. Adempimento del compito. 27. Riconoscimento dell'eroe. 28. Smasche-ramento del falso eroe o dell'antagonista. 29. Trasfigurazione dell'eroe (l'eroe appare trasformato).
30. Punizione dell'antagonista. 31. Nozze dell'eroe o lieto fine.
          IL TEMPO E LO SPAZIO
| Una caratteristica costante della fiaba è la mancanza di indicazioni precise in relazione al tempo e allo spazio. Il tempo, infatti, in cui si svolgono le vicende è sempre indefinito, im­precisato.
Le formule consuete «C'era una volta...», «Tanti, tanti anni fa...», «Nei I tempi antichi...», «Una volta.;.», che rimandano a un passato lontano, vago, indeterminato, rendono ancor più misteriose e fantastiche le  vicende narrate e consentono al lettore di proiettarsi in un «tempo che non ha tempo» e di dare largo spazio alla propria immaginazione. La durata stessa delle vicende è spesso generica: potrebbero durare poche ore, come tanti giorni o tanti anni. Anche i luoghi delle fiabe sono generalmente presentati con povertà descrittiva, anch'essi risultano indeterminati, perché ciò che più inte­ressa nella fiaba sono le vicende e i personaggi. Questa indeterminatezza, imprecisione, indefinitezza contribuisce a creare un'atmosfera misteriosa, magica, fantastica.

IL LINGUAGGIO

Il linguaggio della fiaba è caratterizzato dalla presenza di:
• espressioni tipiche del linguaggio orale, quotidiano, informale.
Non dobbiamo dimenticare, infatti, che le fiabe erano racconti tra­smessi oralmente da una generazione all'altra.
• formule fisse iniziali e finali. (Ad esempio: «C'era una volta...», «... e vissero felici e contenti»)
• elementi ricorrenti che si ripetono sempre uguali, facili da tenere a memoria. (Ad esempio: formule magiche, filastrocche senza senso...)
• dialoghi frequenti che vivacizzano la narrazione.
• utilizzo di voci verbali coniugate al modo indicativo e al tempo imperfetto (usato più frequentemente in quanto è quello che esprime meglio l'idea di una azione passata, ma indefinita, non del tutto compiuta) passato remoto   (usato soprattutto per indicare azioni passate ac­cadute in momenti ben precisi) presente   (usato nei dialoghi).

     FIABE DELLA TRADIZIONE E FIABE D’AUTORE
 I primi scrittori-raccoglitori risalgono al Seicento.
• In Italia Giambattista BASILE (1575-1632) scrisse in dialetto napoletano cinquanta fiabe tradizionali nel suo Lo cunto de li cunti o Pentamerone.
• In Francia, sempre nel 1600, Charles PERRAULT (1628-1703) interpretò fiabe già esistenti scrivendo I racconti di Mamma l'Oca, tra cui sono famose: Cappuccetto rosso, II gatto con gli stivali, Cenerentola, La bella addormentata nel bosco.
• Un secolo dopo, nel 1700, si diffusero in Europa le famose fiabe de Le mille e una notte, una raccolta provenien­te dal mondo arabo, di cui conoscerai la storia di Aladino e quella di Ali Babà e i quaranta ladroni.
• Solo nel 1800, però, vi fu una diffusione straordi­naria dell'interesse per la fiaba e per la cultura popolare: fiorirono così raccolte di fiabe tradizionali in moltissimi Paesi.
• In Germania i più famosi scrittori di fiabe sono, stati Clemens BRENTANO (1778-1842) e i fratelli GRIMM, Jakob (1785-1863) e Wilhelm (1786-1859), che raccolsero un gran numero di fiabe della tradi­zione tedesca, tra cui  Hansel e Gretel, Pollicino o Raperonzolo.
• In Italia, Giuseppe  PITRÉ (1841-1916) studiò e raccolse le fiabe della Sicilia.
• Ai giorni nostri Italo CALVINO (1923-1985) ha racchiuso nel libro Fiabe italiane, del 1956,il suo paziente lavoro di ricerca e trascrizione delle fiabe scritte nei vari dialetti regionali del nostro Paese.
Molti scrittori si sono cimentati con il genere «fiaba», creando storie che naturalmente si ispirava­no alla tradizione, ma che avevano trame originali e personaggi inventati. Tra i più importanti ricordiamo il danese Hans Christian ANDERSEN (1805-1875), autore tra l'altro di II brutto anatroccolo, I cigni selvatici, La principessa, sul pisello; il siciliano Luigi CAPUANA (1839-1915); la to­scana Emma FE­RODI (1850-1918); l'irlandese Oscar WILDE (1854-1900).

ORIGINI E INSEGNAMENTI DELLA FAVOLA



Come è nata la favola?Come per tanti altri generi letterari, non sappiamo esattamente come e perché sia nata la favola. Forse Esopo, primo scrittore di favo­le, voleva insegnare le virtù ai bambi­ni, e pensò di interessarli con storie che avessero come protagonisti degli animali. Questi, infatti, sono molto spesso i beniamini dei più piccoli e so­no figure simpatiche e divertenti. Nell'antica Grecia, comunque, le fa­vole venivano usate nelle scuole per insegnare ai giovani la morale. Circa sei secoli dopo, l'altro grande scrittore di favole, il latino Fedro, ne spiegò la nascita in un modo molto interessante. Ecco la sua ipotesi.
 «Ora dirò brevemente come sia nato il genere della favola: gente sottomes­sa e schiava, non osando dire quello che avrebbe voluto, trasformò i suoi pensieri in favolette.      Fingendo di scherzare, evitò la con­danna. Io poi trasformai questo truc­co in un'arte... E se qualcuno, sospettoso, erronea­mente riferirà a sé quel che io dirò in generale, stolto, farà capire d'essere colpevole. Vorrei però ugualmente scusarmi con lui: non ho intenzione di indicare sin­gole persone ma mostrare la vita com'è e i comportamenti umani».
Quindi gli scrittori di favole, secondo Fedro, erano uomini senza potere (schiavi o poveri) che, per paura di es­sere puniti, rappresentavano sotto for­ma di animali le persone potenti, di cui volevano denunciare i vizi e le mal­vagità. In questo modo la critica di­ventava più nascosta. Nello stesso tem­po era possibile per chiunque ricono­scere i personaggi che si celavano dietro agli animali: le favole, infatti, utilizzavano un linguaggio semplice e universale.                 
Le favole hanno sempre un lieto fine?
Come abbiamo visto, le favole esalta­no le virtù e condannano i vizi, anche se non è detto che per i personaggi (gli animali) buoni e generosi ci sia sem­pre un lieto fine. Le favole rispecchiano si­tuazioni reali e, come accade nella realtà, non sempre hanno un lieto fi­ne. Bisogna leggerle con attenzione per comprendere l'insegnamento che contengono: l'aggressività, l'ingrati­tudine, la prepotenza, possono anche, in alcuni casi, prevalere sui buoni senti­menti, ma non vengono mai propo­ste come modelli da imitare.

AUTORI DI FAVOLE

La favola come genere letterario nacque in Oriente, probabilmente in Mesopotamia, dove se ne sono trovati esempi in testi numerici dell’inizio del secondo millennio a.C. e in testi assiro-babilonesi; ed è proprio a questi testi che si suppone si siano rifatti i primi favolisti greci.

La favola assunse, poi, i suoi caratteri tipici intorno al VI secolo a.C. con il greco Esopo, dal quale successivamente trasse spunto la favolistica latina grazie ad autori quali Fedro, Ennio,Lucilio e Orazio.

Nei secoli successivi si ebbero altre raccolte di favole ma solo nel Medio Evo la tradizione favolistica ebbe grande fortuna. Fu nuovamente trascurata nel Quattrocento per essere poi ripresa da Leopardo e,  nel Cinquecento, da autori quali il Firenzuola e l’Ariosto mentre nel Seicento fu più apprezzata in Francia che altrove, grazie anche all’opera di Jean de La Fontane.

Jean de La Fontaine nacque in Francia nel 1621. Di origini bor­ghesi, conquistò la benevolenza dei nobili parigini come autore di commedie, poemi e racconti. La sua grande fama è dovuta so­prattutto alle Favole, attraverso cui rappresentò i vizi degli uomini in generale e i capricci degli aristo­cratici in particolare. La sua opera letteraria fu tanto apprezzata che nel 1683 fu elet­to membro dell'Accademia Fran­cese (un’importante istituzione, sorta, nel l634; e ancora esisten­te, della quale fanno parte i mag­giori letterati francesi, sempre in numero di quaranta). Morì nel 1695.

Il genere della favola fu molto utilizzato nel Settecento, per i suoi intenti educativi, mentre ebbe meno fortuna nell’Ottocento romantico che le preferì la fiaba per il senso di misterioso e fantastico. Di questo periodo bisogna ricordare Tolstoj. Lev Tolstoj era nato nel 1828 a Jasnaja Poljana in Russia, dal matrimonio tra un conte e una principes­sa, rimase orfano a soli nove anni. Insieme con altri cinque fratelli, ere­ditò vasti possedimenti terrieri, dove lavorava­no in condizioni di se­mi-schiavitù moltissimi contadini. Dopo alcuni anni passati nell'eserci­to, abbandonò la car­riera militare e ritornò alle sue terre, dove offrì la libertà ai contadini. Questi, però, sospettan­do che si trattasse di un  tranello, rifiutarono l'offerta. Tolstoj, invece, era sinceramente preoccupato di migliorare le condizioni di vita dei più poveri. Così, dopo lunghi viaggi in Europa, tornò a Jasnaja Poljana e, nel 1859, aprì una scuola per i figli dei contadini.In questa scuola Tolstoj non voleva solamente insegnare a leggere e a scrivere, ma anche impartire un'educazione morale ai gio­vani. A questo scopo egli, già au­tore di grandi romanzi come i fa­mosi Guerra e Pace e Anna Karenina, scrisse anche numerose favole che servivano all'educazione dei suoi allievi. La scuola di Jasnaja Polja­na divenne un centro di fama in­ternazionale, dove si recavano da tutto il mondo scrittori, scienzia­ti, giovani e uomini comuni inte­ressati a conoscere il metodo edu­cativo del grande scrittore russo. Tolstoj trascorse gli ultimi anni della sua vita peregrinando per la Russia in cerca della serenità e del­la pace interiore. Il 7 novembre del 1910 morì povero e lontano da casa. Il suo funerale vide una grande e commossa partecipa­zione popolare.

Nel nostro secolo, infine, la favola è stata rivalutata da scrittori moderni quali Trilussa, Pratesi, Moravia, Malerba, Rodari e tanti altri che, pur rifacendosi alle favole tradizionali, hanno rivestito le loro narrazioni di attualità, ispirandosi agli aspetti e ai problemi della società attuale. Le favole moderne presentano in genere un intreccio più complesso di quello delle favole tradizionali, un testo più lungo, una maggiore ricchezza di personaggi; non più soltanto animali o piante, ma anche esseri umani e, infine, la mancanza per lo più della finalità didascalica 


sabato 17 marzo 2012

Guida alla lettura, analisi e commento di una poesia.


Leggere, analizzare e commentare una poesia.

Leggendo le poesie avrai notato che sono tante e diverse: alcune sono allegre, altre malinconiche, alcune buffe e divertenti, altre tristi e angoscianti, alcune stupite, altre ironiche e argute, anzi lo stesso poeta scrive poesie di stile diverso e con stati d'animo differenti.  
Non tutte le poesie piacciono a noi lettori nella stessa misura. Alcune ci appaiono subito chiare e vicine alla nostra esperienza, altre ci sembrano diffi­cili ed estranee, altre ci lasciano indifferenti, pur giudicandole belle, altre ci suggeriscono immagini, ricordi, pensieri.
Ogni lettore e ogni lettrice ha “le sue poesie” e  “i suoi poeti” più cari. 
Non sempre si può dire immediatamente: “questa, poesia mi piace, non mi piace”.   
Anche quando alla prima lettura una poesia appare difficile o poco interes­sante, possiamo scoprire, a un'analisi più attenta, significati e suoni che non avevamo notato e che la rendono significativa.
Ma allora, come si legge e si apprezza una poesia?     
Prima di tutto è importante conoscere il linguaggio poetico, saper apprez­zare le abilità stilistiche per gustare a fondo la composizione delle parole e delle frasi e saper leggere con il giusto ritmo i versi.     
È interessante poi leggere più poesie dello stesso autore, avere notizie sulla persona che le ha scritte: sapere in quale periodo e dove ha vissuto, che esperienze ha fatto, che amici aveva, quali erano le sue idee e i suoi problemi. In tal modo alcune composi­zioni assumono un sapore diverso, più intenso, divengono più comprensibili. 
Infine per leggere versi è necessaria una disponibilità particolare; occorre calma, tranquillità, disposizione d'animo, pazienza e capacità di saper ascoltare.  

Per leggere una poesia

1. Leggere lentamente ad alta voce o ascoltare la poesia, senza preoccuparsi troppo di capire ogni passaggio, lasciandosi trasportare dal ritmo, dalle impressioni sonore, da alcune parole o immagini;
2. Leggerla ancora più volte, tra sé, silenziosamente, soffermandosi sulle  parole e su ogni frase.
3. Cercare di ricostruire il senso generale della poesia.
4. Sottolineare le parole, i suoni e le espressioni più suggestive dei versi.
5. Analizzare la forma, le rime, il ritmo, il tono, lo stile che il poeta.ha scelto.
6. Individuare le immagini e le metafore e approfondirne il, significato.
7. Raccogliere, se è possibile, notizie sull'autore, sul momento in cui la poesia è stata scritta, per scavarne più a fondo il significato.
8; Riflettere sul messaggio contenuto nei versi e, secondo la propria esperienza e la propria sensibilità, giungere a una riflessione personale.

L’analisi e il commento di una poesia

Per aiutarti nell'analisi e nel commento di una composizione poetica, ti sug­geriamo un percorso che può guidarti nell'interpretazione di una poesia ed esserti utile per scrivere un testo di commento.
1. Presentazione della poesia, del tema centrale, del titolo e dell'autore.
Presenta la poesia in generale, chiarisci da chi è stata scritta, eventualmente accenna a qualche notizia sull'autore che possa avere importanza per comprendere la poesia.
2. Esposizione dell'argomento della poesia.
 Esponi brevemente il contenuto della poesia, definendo se racconta un episodio o esprime uno stato d'animo, specifica in quale ambiente si svolge.
3. Analisi della forma poetica.
Rileva se la poesia presenta versi in rima, se sono lunghi o brevi; stabilisci se i versi, o alcuni di essi, hanno un ritmo particolare. Annota se, la poesia  è divisa in strofe o no.
4. Analisi del linguaggio poetico.
Individua nella poesia parole o espressioni intense, fa' attenzione alle ripetizioni e ai giochi di suono e di parole.
5. Interpretazione delle immagini.
Analizza le immagini più suggestive, le similitudini o le metafore create dal poeta, rifletti su di esse e su ciò che l'autore ha voluto comunicare.  
6. Riflessioni sul messaggio del poeta e tue personali.
 Considera i sentimenti e i pensieri che il poeta ha voluto esprimere ed esamina le tue impressioni, le tue valutazioni e i tuoi stati d'animo.
 
 Per esemplificare ciò che abbiamo detto, ti presentiamo due testi di commen­to, scritti da ragazzi della tua età: il primo costituisce un esempio incompleto; il secondo è migliore e più specifico. Giudica tu stesso.
Entrambi riguardano la poesia Congedo di Federico Garcìa Lorca.

Congedo
Quando morirò                                  
lasciate il mio balcone aperto.

Il bambino mangia arance     
(Dal mio balcone lo vedo.)

Il mietitore taglia  il grano
(Dal mio balcone lo sento.)

Quando morirò
 lasciate il mio balcone aperto.


      Commento della poesia Congedo di F.G. Lorca.


ARGOMENTO
Il poeta dice che quando morirà vuole che il suo balcone rimanga aper­to per sentire la sua famiglia      
 F. Garcìa  Lorca si sentiva morire e così ha scritto questa poesia. 
AUTORE
Ripete due volte di lasciare il balcone aperto perché ci tiene proprio.                                                          
ANALISI DELLA FORMA
La poesia è molto corta e senza rima e vuol farci capire che la morte è brutta.                                              
 RIFLESSIONE       PERSONALE
Questa poesia mi è piaciuta perché è facile e piena di significati                                                        
                                                                                                                                                                                               

 Commento della poesia Congedo di F. Garcìa Lorca.                                              .
L'AUTORE
 F.G. Lorca è un poeta spagnolo e ha scritto questa poesia pensando, alla morte e al momento in cui doveva lasciare tutte le cose più care.
IL TEMA
La poesia è breve, è composta di quattro strofe di due versi e le parole sono molto sempliciE' stata scritta senza rima; secondo me  per non farla   recitare come una filastrocca, ma con un adeguato sentimento. 
 L'ANALISI DELLA FORMA
Il poeta usa un metodo speciale, ripete la stessa frase all’inizio e alla  fine: «Quando morirò lasciate il mio balcone aperto».
L'ARGOMENTO
Egli vuole continuare a vedere, anche dopo la morte, il bambino che mangia le arance e a sentire il contadino che miete il grano.L'ambiente sembra un posto di campagna un piccolo paesello.
RIFLESSIONE PERSONALE
Secondo me, il poeta non ha paura di morire e dopo la morte vuole continuare a sentire i suoni e a vedere le cose, che guardava dal suo balcone e che gli piacevano di più. La poesia, che sembra sulla morte, vuole esprimere l'amoredi F.G. Lorca per i suoi campi e per la gente.

lunedì 29 agosto 2011

PROVE D'INGRESSO: comprensione ascolto

Gli alunni ascolteranno la lettura dell'insegnante e poi risponderanno alle domande.

DANIELE E IL SUO CORPO
Mario Lodi

A tutti i bambini piace correre. Ma come Daniele non c’è nessuno. A lui piace correre, saltare fossi, rotolarsi per terra, arrampicarsi sugli alberi come una scimmia, fare una ruota col corpo.
Vicino al suo paese, c’è un parco grandissimo aperto a tutti. È lì che lui si scatena correndo liberamente in mezzo agli alberi, sui viottoli¹, le stradine e i prati.
Quando corre è come un cavallo pazzo: immagina di scavalcare colline e montagne, di saltare fiumi e vallate, come il vento. Il suo corpo è agile e forte, però a volte si stanca, vorrebbe riposare un po’. Ma Daniele non l’ascolta: anche se i polmoni respirano con affanno, il cuore batte fortissimo e le gambe fanno male, Daniele non si ferma: corre, corre, corre sempre più forte.
Una mattina di sole, nel parco, Daniele si mette a correre, anzi a volare, perché gli pare proprio di avere le ali ai piedi². Corre per due ore e non è ancora stanco. Corre altre due ore ed è come se avesse appena iniziato. Il suo corpo non dà alcun segno di stanchezza. Meglio così, pensa. Passa davanti a un chiosco e sente odor di pizza. Si ferma per mangiare e bere qualcosa. Ci sono altri due che attendono e il barista li serve. Quando tocca a lui, ordina: - una pizza! – ma il barista è come se non lo sentisse e non lo vedesse. Daniele ci resta male. Ripete: - una pizza! – ma quello nemmeno si volta. E’ arrabbiato e meravigliato. Che succede? Si allontana e dice: - Agli altri bada e a me no, perché sono un bambino. Non è giusto!
- Invece sì – gli obietta³ qualcuno da dietro.
Si volta e non vede nessuno. Ci sono solo gli alberi e il prato.
- Bah, si vede che me la sono immaginata, quella voce!
- Non te la sei immaginata. È la nostra voce – dicono gli alberi. Daniele resta di stucco4.
Gli alberi gli spiegano il mistero; - il barista non ti dà la pizza perché non ti vede. Noi sì, ti vediamo, gli altri no.
- Questa è bella! – dice Daniele. – E si può sapere perché? –
- Perché non hai più il corpo!_-
In quel momento arrivano dei ragazzi, e Daniele chiede loro: - per favore, mi dite che ora è? –
Ma quelli gli passano vicino e no rispondono.
- Non ti hanno visto – spiega il pioppo. – Sei invisibile – aggiunge il platano.
- Solo noi alberi ti vediamo, e nessun altro – conferma il gelso.
Allora Daniele grida: - Il mio corpo dov’è? –
- Torna indietro, rifa’ lo stesso percorso e lo troverai – gli suggerisce la grande quercia.
Daniele ritorna, correndo leggero come il vento, ora che è senza corpo. Rifa’ il percorso e, a un tratto, vede il suo corpo lungo e disteso sulle’erba.
- Che fai lì? Fammi entrare! – dice Daniele. Ma il corpo, appena lui cerca di entrare, si tira indietro. - Perché fai così? Non mi riconosci? Non vedi che sono io? Che sono te? -
- Sì, lo vedo, - gli risponde il corpo – però non ti voglio più!
Daniele è disperato: - Ti prego fammi entrare…fammi diventare visibile! –
- No. – Ma perché? – supplica Daniele.
- Perché mi tratti male. Perché quando corri, pensi solo al piacere di volare. Ma io fatico,. Mi stanco. Non mi rispetti. Non ti voglio più!
E il corpo, con un balzo, salta su albero e resta lì. Daniele tenta di salire anche lui, ma scivola e cade. Riprova e ci riesce. Sta per entrare nel suo corpo quando… si sveglia.
Era un bel giorno di sole e pensò di andare, come le altre volte, nel parco. E ci andò. Correva veloce sull’erba, ma pensa al sogno. Qualcosa era cambiato in lui. Correva, ma non trascurava di ascoltare il suo corpo.
Se al corpo piaceva, accelerava, se invece cominciava a soffrire, rallentava e si fermava. Lui e il suo corpo erano amici e si rispettavano. Correvano insieme.
1. viottoli: stradine, sentieri tra i campi.
2. avere le ali ai piedi: è così contento di correre che gli sembra di avere le ali ai piedi, cioè di volare
3. gli obietta: gli fa un’obiezione, gli fa osservare che ha torto
4. di stucco: sorpreso

Dopo avere ascoltato il brano, rispondi alle domande sul tuo quaderno.

1 A Daniele piace molto l’attività fisica. Che cosa in particolare gli piace fare?
2 Dove sfoga Daniele il proprio desiderio di muoversi?
3 Quando corre, che cosa immagina di fare?
4 Che cosa fa Daniele quando il suo corpo gli dà segni di difficoltà?
5 Che cosa gli succede una mattina, quando si ferma presso un chiosco per comprare da mangiare e bere?
6 Quando il barista non lo serve, Daniele pensa che ciò accada perché:
□ non lo vede □ non vuole farlo perché è antipatico
□ non lo considera perché è un bambino □ crede che non abbia soldi
7 Chi spiega a Daniela che cosa sta succedendo?
8 Che cosa fa allora Daniele per rimediare?
9 Per quale ragione il corpo di Daniele si è comportato così?
10 Da lì in avanti, come tratta Daniele il suo corpo?




VALUTAZIONE
Ogni risposta esatta un punto, sotto le quattro risposte è NS