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venerdì 19 ottobre 2012

Chi è questa che ven, ch’ogn’om la mira.





In questo sonetto viene messa in evidenza la contrapposizione tra la superiorità della donna che, avanzando, fa tremare persino l’aria intorno a sé, e la difficoltà, l’impotenza dell’uomo che vorrebbe descriverla, ma non ne è capace di fronte a tanta bellezza e nobiltà.
Tale incapacità viene evidenziata a livello stilistico: la prima quartina si presenta in forma interrogativa  ed esprime lo stupore per la donna che conduce con sé Amore. Nei versi successivi prevalgono espressioni di negazione per sottolineare ciò che l’uomo non è in grado di fare di fronte alla donna. L’autore considera l’amore come la massima opportunità che l’uomo ha di nobilitarsi, ma lo vede anche come un’esperienza tragica perché,in quanto passione, la ragione è incapace di dominarlo. Di grande rilevanza quindi il ruolo delle negazioni. I due ultimi periodi del sonetto (corrispondenti alle due terzine) iniziano con l’avverbio “non”; in due casi la negazione si riferisce al verbo “contare”: ne risulta una forte insistenza sull’impossibilità, per la parola poetica, di descrivere adeguatamente l’apparizione della donna. Con questa enunciazione di una poetica dell’ineffabile, Cavalcanti si colloca agli antipodi di Guinizzelli
L’argomento centrale, già guinizzelliano,  è la sublimazione e la lode della donna; la donna è una creatura superiore in grado di essere al di sopra delle menti umane e di modificare nel poeta la visione delle altre donne. Sono molti, sia sul piano tematico che su quello formale i riferimenti a “Io voglio del ver la mia donna laudare”. Sono presenti delle differenze, infatti, se è vero che la donna appare come una figura superiore, più che apparire come un vero e proprio angelo, la donna è qui presentata come una manifestazione sensibile dell’“umiltà” e della “beltate”: manifestazione dunque di due “virtù”, di altissimi ideali. L’apparizione della donna ha, a ben vedere, conseguenze paradossali. Da un lato essa è la manifestazione sensibile di un mondo ideale e perfetto, che può essere conosciuto solo intellettualmente. Dall’altro però proprio la sua apparizione impedisce all’uomo di trascendere la percezione sensibile, di elevarsi alla conoscenza intellettuale della “umiltà” e della “beltate”. È questa appunto l’eterna sconfitta dell’uomo innamorato: egli deve confessarsi incapace di conoscere queste “virtù” proprio nel momento in cui, in qualche modo, le “vede”.Appare chiaro che l’uomo sia destinato a questa sconfitta. In primo luogo, ce lo dimostra l’insistenza sull’impossibilità di rappresentare adeguatamente con la parola l’apparizione della donna: dapprima (vv. 3-4) essa toglie la parola agli uomini che la vedono; poi (v. 6) il poeta proclama la sua personale impossibilità di descrivere (“contare”) la sensazione prodotta dal suo sguardo; infine (v. 9) l’impossibilità di “contare” non è più solo dell’io lirico, ma diviene universale (“Non si poria contar”).
E’ un sonetto con rime incrociate, secondo lo schema ABBA, ABBA, CDE, EDC.
Sul piano lessicale, è da notare il frequente ricorso a sostantivi astratti (il latinismo “chiaritate”, “umiltà”, “ira”, il provenzalismo “piagenza”, e poi “virtute”, “beltate”, “salute”, “canoscenza”).
È presente un enjambement (vv. 3-4)
Livello retorico: personificazione dell'amore, paragone della donna con tutte le altre.

giovedì 29 marzo 2012

Solo et pensoso i più deserti campi

Solo et pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi et lenti,
et gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio human l'arena stampi.                         4
Altro schermo non trovo che mi scampi         
dal manifesto accorger de le genti,
perché negli atti d'allegrezza spenti
di fuor si legge com'io dentro avampi:                   8
sì ch'io mi creda omai che monti et piagge
et fiumi et selve sappian di che tempre
sia la mia vita, ch'è celata altrui.                           11
Ma pur sì aspre vie né sì selvagge
cercar non so ch'Amor non vegga sempre
ragionando con meco, et io con llui.                    14
 
F. Petrarca, Canzoniere, Torino, Einaudi, 1997

PARAFRASI
Solitario e pensieroso i luoghi più deserti
vado segnando con il mio passo lento
e rivolgo lo sguardo, attento in modo da
evitare evitare
ogni posto toccato da orme umane
Altro rifugio non so trovare che mi protegga
dall'attenzione ( indiscreta ) della gente;
poiché nei miei gesti privi di ogni serenità
esteriormente si intuisce come io, nell'intimo,
sono inquieto
cosicché credo ormai che monti, pianure
fiumi, boschi conoscano i caratteri della
mia vita
che pure è tenuta,cerco di tenere...
segreta agli altri
Del resto nessun isolato e solitario luogo
riesco a trovare, in cui Amore non mi
accompagni in ogni istante
parlando con me ed io con lui.


COMMENTO
Solo et pensoso, scritto nel 1337, è uno dei sonetti più famosi dei Rerum vulgarium fragmenta di Petrarca, che prenderanno poi successivamente il nome d’una indicazione di genere – Canzoniere – per il tasso innovativo che lo caratterizza. Petrarca infatti conferisce al Canzoniere una struttura organica, ordinando i singoli microtesti in una struttura dotata di un suo significato complessivo. Solo et pensoso appartiene alle rime "in vita" di Laura. La forma metrica adottata è quella del sonetto: quattordici endecasillabi, divisi in due quartine e due terzine, con rima ABBA, ABBA, CDE, CDE.
La lirica del Petrarca soltanto in senso lato può essere definita amorosa, in quanto rappresenta l'espressione
del mondo interiore del poeta con i suoi turbamenti, le sue debolezze, le sue contraddizioni, le sue speranze
e le sue aspirazioni. Protagonista del Canzoniere di Petrarca è sì Laura, sì gli storici protettori del poeta (i Colonna), ma soprattutto Petrarca stesso e gli effetti che il suo amore per Laura produce nel suo animo. L’amore, che caratterizza l’opera ed il poeta, è un amore tormentato, che investe sia l’anima che il corpo. È un amore oscillante tra la passione dei sensi e il vagheggiamento ideale. Un amore inteso come traviamento, da cui il poeta spesso vuole liberarsi per poi però ricadere nel vagheggiamento e nella preghiera.
L'amore per Laura quindi concretizza i moti più intimi e segreti dell'animo del poeta. I temi della poesia
ritorneranno in altri poeti addirittura del 900...ad indicare l’influenza e la modernità del Petrarca
Una coppia di fondo caratterizza la poesia: Esterno: rapporto con gli altri. Interno: Interiorità, animo del poeta
Coppia è un termine che possiamo usare anche per la metrica: stilisticamente il sonetto è infatti costruito con una coppia a due.
Due aggettivi simili lo introducono, altri due sono alla fine del secondo verso, e ancora nel v. 12: "solo e
pensoso... passi tardi e lenti... aspre vie né selvagge". Un doppio ritmo che da un suono più importante
dei significati.
Anche i sostantivi che si susseguono nei vv. 9-10 sono a gruppi di due.
Tutto il sonetto si muove così in una simmetria ondeggiante.
La malinconia del contenuto, la dissonanza(contrasto) che si viene a manifestarsi fra l'io e la natura sembrano trovare una sintesi nella poesia che vorrebbe rigenerare l’animo del poeta-viandante.
Il protagonista del Canzoniere è pertanto un uomo segnato dal dissidio interiore, da una lacerazione che
lo accompagna senza dargli pace anche nei luoghi più solitari e sconosciuti.
È questo l'uomo che si mostra a noi nel sonetto Solo et pensoso, un componimento non il solo che, per le
tematiche della solitudine e del colloquio con la propria anima, può rappresentare efficacemente la modernità
del Petrarca. Nel componimento è quindi evidente come il sentimento amoroso venga vissuto come traviamento dell’animo, come tormento; ed è naturale conseguenza la fuga, non solo dalla gente, ma anche, per certi versi, dal sentimento amoroso stesso. Una solitudine che però, è evidente nell’ultima terzina, non si realizza, poiché l’Io del poeta viene affiancato dall’onnipresente Amore (sentimento in questo componimento, come sarà in tanti altri, evidentemente tirannico) che, personificato come in tutta l’opera, dice il poeta, “venga sempre ragionando con meco”

ANALISI TESTUALE
La sostanza moderna del sonetto è rilevata dalla presenza dominante del poeta che, protagonista assoluto
della "situazione" lirica, esprime con forte intensità la condizione del suo animo. La focalizzazione sull'io-
lirico è evidenziata dalla ricorrenza delle azioni descrittive, riferite in prima persona.
Il tema della lirica è il conflitto interiore del poeta che ricerca la solitudine vagando in una natura deserta e
solitaria per nascondere agli altri uomini la sua intima disperazione.
Il sonetto a livello strutturale può essere scandito in tre sequenze principali.
La prima quartina è incentrata sul tema della solitudine che ricorre nell'aggettivazione relativa al poeta
( solo et pensoso ) e in quella riferita al paesaggio ( deserti campi).
L'altra sequenza è rappresentata dal blocco sintattico costituito dalla seconda quartina e la prima terzina
(vv.5-11) in cui viene sottolineata la perfetta sintonia tra il paesaggio e lo stato d'animo del poeta. La natura
infatti sembra partecipare all'evidente stato di sofferenza che affligge il poeta e sembra potergli concedere
rifugio e conforto. Questa dimensione assunta dalla natura rappresenta in parte una novità nella poesia medievale e costituisce una creazione specifica della lirica di Petrarca. Nella tradizione poetica precedente infatti il paesaggio non è il luogo dove l'uomo può trovare la sua realizzazione.Insomma la natura come Laura è qualcosa di concreto
L'ultima terzina (vv.12-14) è un congedo ed è incentrata sul motivo del richiamo amoroso che non soltanto
non abbandona il poeta neanche nei luoghi più solitari, ma diventa per l'amante una voce amica che
nulla può far tacere. L’amore può anche essere inteso come elemento che spinge il poeta attraverso Laura
verso il mondo esterno che però è fatto di conflitti e contrasti.
L'espressione finale ragionando con meco, et io co llui(v.14), fortemente antitetica a quella iniziale
solo et pensoso(v.1), esprime il dissidio tra la solitudine ricercata dal poeta e la continua presenza di
Amor(v.13).
Possiamo notare la presenza di vocaboli usuali, fatte alcune eccezioni, come ad esempio i latinismi vestigio
(v.4) e piagge (v.9). Altri latinismi, in forma puramente grafica, sono et (vv.1,3,9,14) e human (v.4).
L'influsso del latino può giustificare inoltre la "e" in luogo di "i" nella voce mesurando (v.2). La voce avampo
(v.8) può essere considerata una forma colta in cui non avviene il rafforzamento della consonante "v"
dopo la vocale "a".
Petrarca nel Canzoniere però, non utilizza latinismi troppo scoperti anche perché non mira a una solennità
elevata di parola quanto piuttosto a una musicalità elegante ed armoniosa.
Segnaliamo infine la forma co llui(v.14), nella quale è avvenuta l'assimilazione "nl" in "ll".

La struttura ritmico-sintattica del sonetto è caratterizzata da una perfetta simmetria riscontrabile già dai
primi versi nella coppia di aggettivi solo et pensoso (v.1) con la coppia sinonimica tardi et lenti(v.2),
danno una sfumatura di significato, un rallentamento del ritmo che riproduce il vagare lento e senza meta
del poeta. Anche il verbo mesurando dà l'impressione di un vagare a passi lentissimi, proprio di chi, come
il poeta è immerso in una meditazione che lo assorbe completamente.

Figure retoriche:
L'espressione atti d' allegrezza spenti (v.7) è propriamente una litote in quanto attenua un'immagine troppo
forte, ma possiede anche un significato ossimorico poiché i due termini sono accostati per opposizione
(allegrezza spenti). A sua volta l'aggettivo spenti, correlato a di fuor (v.8), è in antitesi con avampi (v.8)
che richiama, con struttura a chiasmo, dentro (v.8). Da rilevare anche l'iperbato et gli occhi porto per fuggire
intenti (v.3), che rallenta notevolmente il ritmo.
Diverse antitesi come di fuor…dentro (v.8), spenti…avampi (vv.7-8), sottolineano il contrasto tra la pena
d'amore intima del poeta e gli atti esteriori. Fortemente antitetiche sono l'espressione iniziale solo et pensoso
(v.1)e quella finale ragionando con meco et io co llui (v.14), in cui si evidenzia il dissidio tra la solitudine
ricercata dal poeta e la continua presenza di Amor (v.13).
Personificazione: vv. 13-14: ”ch’Amor non venga sempre/ragionando con meco, et io co°llui”
Per quanto concerne l'aspetto fonico è da segnalare la terminazione in "i" delle rime delle quartine, che
contengono sempre i gruppi consonantici "mp" o "nt", il cui suono allitterante comunica una sensazione di
monotonia e immutabilità.
Altre allitterazioni sono presenti nella lirica. In solo et pensoso (v.1) abbiamo l'iterazione della sillaba "so",
rafforzata dalla "s" di deserti. Nell'ultimo verso invece si ripete la sillaba "co" in con meco et io co llui.
Endiadi: v. 2; vv. 9-10 :Solo et pensoso i più deserti campi/vo mesurando a passi tardi et lenti“; “sì ch’io mi credo ormai che monti et piagge/ et fiumi et selve sappian di che tempre”
Metafora: v.2; v. 8: “vo mesurando”; “com’io dentro avampi”
Iperbato: v.3: “et gli occhi porto per fuggire intenti” (ricostruzione: et porto gli occhi intenti per fuggire)
Il personaggio di Solo et pensoso rivela notevoli affinità aspetti dei poeti del 900-ecco perchè diciamo che
Petrarca è moderno (con una certa esagerazione)

lunedì 19 marzo 2012

Il riassunto



Riassumere significa esporre brevemente e con parole proprie il contenuto essenziale di una narrazione più ampia e particolareggiata.
Il riassunto ha due funzioni, una per chi lo fa e una per chi lo legge.
L’arte del riassumere è importante e utilissima e la si impara mettendole in atto.
Fare riassunti serve a condensare le idee, in altre parole insegna a scrivere.
Le domande fondamentali:
     CHI? (i personaggi)
DOVE? (il luogo)
PERCHE’? (il motivo)
CHE COSA? (il fatto)
QUANDO? (il tempo)
Scheda guida per fare il riassunto:
Leggere attentamente il racconto e capirne bene il significato generale cercando sul vocabolario il significato di eventuali parole difficili o sconosciute.

Dividere il racconto in parti o sequenze per capire la successione logica dei fatti.

Individuare  i fatti principali, eliminando quelle informazioni (anche intere sequenze) che non sono indispensabili per lo svolgimento del racconto, ma che servono semplicemente ad arricchirlo. 
Esporre   con parole proprie, in forma sintetica e con periodi semplici e scorrevoli, il contenuto essenziale del racconto, usando un linguaggio referenziale, che si limiti cioè a riferire i fatti così come sono, senza alcuna considerazione personale.
In quest’ultima operazione vi sono delle precise regole da osservare:
-         trasformare il discorso diretto in discorso indiretto facendo attenzione al cambiamento di persona (da 1° a 3°) al verbo ai pronomi personali, agli aggettivi e pronomi possessivi;
-         scegliere il tempo verbale da usare nelle proposizioni principali e mantenerlo nello svolgimento del riassunto.

Il Mito




Come favola e fiaba si collega alla sfera dell’immaginario.
 Il mito racchiude le credenze, le convinzioni religiose, i valori morali di un popolo.
 Il mito è un racconto fantastico di tipo speciale perché ha un contenuto immaginario ma nasce da una necessità, quella degli uomini di conoscere alcuni aspetti della realtà le cui origini erano avvolte nel mistero.
 L’uomo si pone i primi perché e risponde con la fantasia.
A noi i miti servono perché ci danno informazioni sulla cultura dei popoli antichi (fonti storiche) e sulla loro mentalità, i miti hanno un carattere religioso.
Spesso i miti di popoli diversi si somigliano perché hanno elaborato spiegazioni simili.
I personaggi dei miti sono divinità o creature fantastiche (draghi, mostri), individui (eroi che sono a metà tra uomini e dei) con doti straordinarie, spesso sono figli di divinità. Di solito sono ben definiti. Anche gli elementi naturali alcune volte sono personificati.
Il tempo è molto remoto, alle origini dell’uomo ma indeterminato
Il luogo è generico e indeterminato, fantastico e immaginario
Le vicende riflettono le usanze dalla civiltà che ha scritto il mito
Il linguaggio è semplice perché prima erano orali.
La mitologia ha esercitato una forte influenza sulla civiltà occidentale.
Nel linguaggio moderno quando si parla di mito si intende una cosa diversa

LE ORIGINI DELLA FIABA


La parola fiaba (dal latino fabula) significa narrazione e ci riporta a storie di origine antichissima e misteriosa. Le fiabe, che a prima vista possono sembra­re racconti semplici e quasi infantili, in realtà tramandano un patrimonio di saggezza e di conoscenze comuni a popoli anche lontani fra loro e profonda­mente diversi. Questi racconti meravigliosi sarebbero quindi l'espressione di una cultura che accomuna popoli anche molto diversi tra loro, quasi che la fantasia e i desideri dell'uomo si esprimano in maniera «simile» in ogni luogo e in ogni tempo. Forse proprio per queste somiglianze, le fiabe, anche di epoche e culture lontane da noi, con­tinuano ad affascinarci e a sorprenderci.
Gli studiosi hanno cercato di capire quale origine possano avere le fiabe, a quale esigenza, comune a tutti gli uomini, esse rispondano.   Una teoria particolarmente affascinante è quella elaborata dallo studioso russo Vladimir PROPP (1895-1970) che ha individuato un legame tra la fiaba ed i riti di passaggio delle società primitive di cacciatori.  In età preistorica questi riti simboleggiavano il passaggio dall'infanzia all'età adulta attraverso il superamento di alcune prove, proprio come accade ai protagonisti delle fiabe. Consideriamo ad esempio la par­tenza dell'eroe con cui solitamente iniziano le fiabe. Secondo Propp, questa funzione corrisponde pres­so i popoli primitivi allontanamento dei giovani dalla tribù durante il ri­to dell'iniziazione. Che cos'è l'iniziazione? È uno dei momenti più importanti all'inter­no della vita delle tribù primitive e ancor oggi si svolge presso alcune tribù isolate del continente africa­no e sud-americano. Il rito si celebra al sopraggiungere dell'adolescenza. Con esso i giova­ni di sesso maschile vengono intro­dotti nella comunità, di cui diven­gono membri effettivi; da quel mo­mento in poi possono anche sposarsi. Durante un periodo più o meno lungo i giovani vengono allontana­ti dai genitori e devono dimostrare di poter cavarsela da soli all'inter­no della foresta, saper fuggire i pe­ricoli ed essere in grado di soddi­sfare i propri bisogni. Questo allon­tanamento, presso alcune popolazioni, prende la forma simbolica di un «rapimento» ad opera dello stre­gone del villaggio, travestito da ser­pente. Al momento della partenza il giovane viene accompagnato dai consigli degli anziani oppure da di­vieti particolari. Al giovane che sta per diventare un vero uomo vengono affidati dei com­piti, che servono a dimostrare il suo coraggio agli occhi della tribù. Il giovane, prima di entrare nella foresta, invoca gli spiriti che la abi­tano e porta con sé piccoli amuleti o totem, che raffigurano solitamente degli animali i quali hanno la fun­zione di proteggerlo durante la sua impresa. Durante l'iniziazione si ritiene che il fanciullo muoia alla vita «vecchia» per rinascere come uomo nuovo. Subisce insomma la «morte tem­poranea» che viene simboleggiata attraverso un seppellimento o ad­dirittura delle mutilazioni, come il taglio di un dito. I riti, celebrati nel folto della foresta, erano circondati dal più fitto mistero.  Spesso ai ragazzi, condotti singolarmente in un luogo rituale, (al centro della foresta c'è di solito una capanna, la grande casa dove si svolgono i riti di iniziazione: per en­trarvi bisogna conoscere una for­mula, uno scongiuro, oppure com­piere sacrifici e gesti particolari; la capanna e la foresta sono i sim­boli del regno dell'oltretomba e chi vi abita, lo stregone, ne è il custode) venivano presentate situazioni pericolose o che incutevano paura; esperti stregoni somministravano loro sostanze speciali, con l'aiuto delle quali gli iniziati vive­vano esperienze di conoscenza di sé, dei propri limiti, delle proprie effettive capacità nella resistenza al dolore. Dopo il superamento delle prove, in cui aveva dimo­strato coraggio, tenacia e capacità di sopravvivere da solo, il ragazzo tornava al villaggio «trasformato»: era diventato adulto e aveva il diritto di sposarsi. Il rito spiega dunque come comportarsi, in che cosa credere, come chiedere l'aiuto di un'entità misteriosa o divina. Superando le prove del rito, il giovane viene ac­colto nella comunità e incomincia a partecipare attivamente alla vita sociale del villaggio e della tribù. Anche nelle fiabe classiche il bosco è di solito un luogo misterioso e pieno di pericoli, l'eroe deve superare difficili prove e spesso subisce una trasforma­zione che gli consente di sposare la giovane per cui ha lottato. Con il mutamento della società e delle abitudini di vita, questi riti non vennero più celebrati, ma ne restarono il ricordo e la narrazione. Sarebbe proprio questa, secondo Propp, la radice antichissima non solo delle più antiche forme di teatro, ma anche dei miti e delle fiabe stesse.
Un altro studioso, Bruno BETTELHEIM (1903-1992), uno psichiatra austriaco vissuto negli Stati Uniti, ha individuato nel mondo delle fiabe uno specchio delle difficoltà psicologiche che ogni essere umano deve affrontare per cre­scere, diventare se stesso, affrontare problemi e dolori. Le fiabe ci comunicano, dice Bettelheim, «che una lotta contro le gravi difficoltà della vita è inevitabile, è una parte dell'esistenza umana e che soltanto chi non si ritrae intimorito, ma affronta risolutamente difficoltà inaspettate e spesso immeritate può superare tutti gli ostacoli e alla fine riuscire vittorioso. Le fiabe ci pongono di fronte ai principali problemi umani.» 
Questo spiegherebbe anche il fascino e l'attrazione che le fiabe esercitano sui bambini di tutto il mondo.   Nelle fiabe essi vedono raffigurati fantasticamente i loro problemi, le paure, la difficoltà di diventare grandi. 
LE FUNZIONI DI PROPP
Vladimir Propp,  ha confron­tato molte fiabe e ha scoperto che in tutte è presente un numero limita­to di motivi o temi fissi. Sussistono cioè personaggi o situazioni che esercitano nel racconto funzioni precise. Queste sono l'impalcatura, la struttura di fondo su cui viene poi costruita tutta la storia e inoltre si susseguono in modo quasi sempre identico all'interno di fiabe anche molto di­verse. Non in ogni fiaba, comunque, sono presenti tutte le funzio­ni: talvolta ne compaiono solo alcune.
 Cominciamo dai personaggi-tipo: Propp ne ha identificati sette.
1. L'eroe: il protagonista della fiaba.  2. Il falso-eroe: il personaggio che si sostituisce all'eroe per ottene­re favori o riconoscimenti immediati. 3. L'antagonista: il nemico del protagonista, il «cattivo» che osta­cola l'eroe. 4. Il donatore: il personaggio che fornisce all'eroe i mezzi magici per vincere l'antagonista. 5. L'aiutante: il personaggio che aiuta l'eroe in diverse circostanze. 6. Il mandante: il personaggio che manda l'eroe alla ricerca di qualcosa o di qualcuno. 7. Il ricercato: il personaggio che deve essere raggiunto, liberato, salvato.
Questi personaggi tipo non sono necessariamente tutti presenti in ogni fiaba, ma soprattutto i più importanti, come l'eroe, l'antago­nista o il ricercato, possono essere ritrovati in moltissimi racconti.
Ecco ora uno schema delle situazioni ricorrenti (funzioni) identifi­cate da Propp.
1.Allontanamento (uno dei mEmbri della famiglia si allontana, oppure muore). 2. Divieto (si proibisce qualcosa all'eroe oppure gli si impone un ordine). 3. Infrazione (la proibizione viene infranta). 4. Investigazione (l'antagonista cerca di scoprire qualcosa o cerca informazioni sull'eroe). 5. Delazione (l'antagonista svela un segreto).     6. Tranello (l'antagonista cerca di ingannare l'eroe).
7. Connivenza-complicità (l'eroe cade nell'inganno e favorisce in­volontariamente l'antagonista). 8.Danneggiamento(l'antagonista provoca una sciagura o un danno a uno dei membri della famiglia; manca qualcosa  o viene il desiderio di qualcosa). 9. Mediazione (la sciagura o la mancanza sono rese note; all'eroe viene imposto un compito difficile; ci si rivolge a lui con una pre­ghiera o un ordine, lo si invia in qualche luogo). 10. Consenso dell'eroe. 11. Partenza dell'eroe. 12. Prova a cui è sottoposto l'eroe. 13. Reazione dell'eroe. 14. Fornitura del mezzo magico. 15. Trasferimento dell'eroe. 16. Lotta tra eroe e antagonista. 17. Marchiatura (l'eroe viene marchiato o reso riconoscibile con un segno sul corpo). 18. Vittoria sull'antagonista. 19. Rimozione della sciagura o mancanza iniziale.   20. Ritorno dell'eroe.  21. Persecuzione dell'eroe.     22. Salvataggio dell'eroe.
23. Arrivo in incognito a casa dell'eroe. 24. Pretese infondate del falso eroe. 25. Compito difficile imposto all'eroe. 26. Adempimento del compito. 27. Riconoscimento dell'eroe. 28. Smasche-ramento del falso eroe o dell'antagonista. 29. Trasfigurazione dell'eroe (l'eroe appare trasformato).
30. Punizione dell'antagonista. 31. Nozze dell'eroe o lieto fine.
          IL TEMPO E LO SPAZIO
| Una caratteristica costante della fiaba è la mancanza di indicazioni precise in relazione al tempo e allo spazio. Il tempo, infatti, in cui si svolgono le vicende è sempre indefinito, im­precisato.
Le formule consuete «C'era una volta...», «Tanti, tanti anni fa...», «Nei I tempi antichi...», «Una volta.;.», che rimandano a un passato lontano, vago, indeterminato, rendono ancor più misteriose e fantastiche le  vicende narrate e consentono al lettore di proiettarsi in un «tempo che non ha tempo» e di dare largo spazio alla propria immaginazione. La durata stessa delle vicende è spesso generica: potrebbero durare poche ore, come tanti giorni o tanti anni. Anche i luoghi delle fiabe sono generalmente presentati con povertà descrittiva, anch'essi risultano indeterminati, perché ciò che più inte­ressa nella fiaba sono le vicende e i personaggi. Questa indeterminatezza, imprecisione, indefinitezza contribuisce a creare un'atmosfera misteriosa, magica, fantastica.

IL LINGUAGGIO

Il linguaggio della fiaba è caratterizzato dalla presenza di:
• espressioni tipiche del linguaggio orale, quotidiano, informale.
Non dobbiamo dimenticare, infatti, che le fiabe erano racconti tra­smessi oralmente da una generazione all'altra.
• formule fisse iniziali e finali. (Ad esempio: «C'era una volta...», «... e vissero felici e contenti»)
• elementi ricorrenti che si ripetono sempre uguali, facili da tenere a memoria. (Ad esempio: formule magiche, filastrocche senza senso...)
• dialoghi frequenti che vivacizzano la narrazione.
• utilizzo di voci verbali coniugate al modo indicativo e al tempo imperfetto (usato più frequentemente in quanto è quello che esprime meglio l'idea di una azione passata, ma indefinita, non del tutto compiuta) passato remoto   (usato soprattutto per indicare azioni passate ac­cadute in momenti ben precisi) presente   (usato nei dialoghi).

     FIABE DELLA TRADIZIONE E FIABE D’AUTORE
 I primi scrittori-raccoglitori risalgono al Seicento.
• In Italia Giambattista BASILE (1575-1632) scrisse in dialetto napoletano cinquanta fiabe tradizionali nel suo Lo cunto de li cunti o Pentamerone.
• In Francia, sempre nel 1600, Charles PERRAULT (1628-1703) interpretò fiabe già esistenti scrivendo I racconti di Mamma l'Oca, tra cui sono famose: Cappuccetto rosso, II gatto con gli stivali, Cenerentola, La bella addormentata nel bosco.
• Un secolo dopo, nel 1700, si diffusero in Europa le famose fiabe de Le mille e una notte, una raccolta provenien­te dal mondo arabo, di cui conoscerai la storia di Aladino e quella di Ali Babà e i quaranta ladroni.
• Solo nel 1800, però, vi fu una diffusione straordi­naria dell'interesse per la fiaba e per la cultura popolare: fiorirono così raccolte di fiabe tradizionali in moltissimi Paesi.
• In Germania i più famosi scrittori di fiabe sono, stati Clemens BRENTANO (1778-1842) e i fratelli GRIMM, Jakob (1785-1863) e Wilhelm (1786-1859), che raccolsero un gran numero di fiabe della tradi­zione tedesca, tra cui  Hansel e Gretel, Pollicino o Raperonzolo.
• In Italia, Giuseppe  PITRÉ (1841-1916) studiò e raccolse le fiabe della Sicilia.
• Ai giorni nostri Italo CALVINO (1923-1985) ha racchiuso nel libro Fiabe italiane, del 1956,il suo paziente lavoro di ricerca e trascrizione delle fiabe scritte nei vari dialetti regionali del nostro Paese.
Molti scrittori si sono cimentati con il genere «fiaba», creando storie che naturalmente si ispirava­no alla tradizione, ma che avevano trame originali e personaggi inventati. Tra i più importanti ricordiamo il danese Hans Christian ANDERSEN (1805-1875), autore tra l'altro di II brutto anatroccolo, I cigni selvatici, La principessa, sul pisello; il siciliano Luigi CAPUANA (1839-1915); la to­scana Emma FE­RODI (1850-1918); l'irlandese Oscar WILDE (1854-1900).

ORIGINI E INSEGNAMENTI DELLA FAVOLA



Come è nata la favola?Come per tanti altri generi letterari, non sappiamo esattamente come e perché sia nata la favola. Forse Esopo, primo scrittore di favo­le, voleva insegnare le virtù ai bambi­ni, e pensò di interessarli con storie che avessero come protagonisti degli animali. Questi, infatti, sono molto spesso i beniamini dei più piccoli e so­no figure simpatiche e divertenti. Nell'antica Grecia, comunque, le fa­vole venivano usate nelle scuole per insegnare ai giovani la morale. Circa sei secoli dopo, l'altro grande scrittore di favole, il latino Fedro, ne spiegò la nascita in un modo molto interessante. Ecco la sua ipotesi.
 «Ora dirò brevemente come sia nato il genere della favola: gente sottomes­sa e schiava, non osando dire quello che avrebbe voluto, trasformò i suoi pensieri in favolette.      Fingendo di scherzare, evitò la con­danna. Io poi trasformai questo truc­co in un'arte... E se qualcuno, sospettoso, erronea­mente riferirà a sé quel che io dirò in generale, stolto, farà capire d'essere colpevole. Vorrei però ugualmente scusarmi con lui: non ho intenzione di indicare sin­gole persone ma mostrare la vita com'è e i comportamenti umani».
Quindi gli scrittori di favole, secondo Fedro, erano uomini senza potere (schiavi o poveri) che, per paura di es­sere puniti, rappresentavano sotto for­ma di animali le persone potenti, di cui volevano denunciare i vizi e le mal­vagità. In questo modo la critica di­ventava più nascosta. Nello stesso tem­po era possibile per chiunque ricono­scere i personaggi che si celavano dietro agli animali: le favole, infatti, utilizzavano un linguaggio semplice e universale.                 
Le favole hanno sempre un lieto fine?
Come abbiamo visto, le favole esalta­no le virtù e condannano i vizi, anche se non è detto che per i personaggi (gli animali) buoni e generosi ci sia sem­pre un lieto fine. Le favole rispecchiano si­tuazioni reali e, come accade nella realtà, non sempre hanno un lieto fi­ne. Bisogna leggerle con attenzione per comprendere l'insegnamento che contengono: l'aggressività, l'ingrati­tudine, la prepotenza, possono anche, in alcuni casi, prevalere sui buoni senti­menti, ma non vengono mai propo­ste come modelli da imitare.

AUTORI DI FAVOLE

La favola come genere letterario nacque in Oriente, probabilmente in Mesopotamia, dove se ne sono trovati esempi in testi numerici dell’inizio del secondo millennio a.C. e in testi assiro-babilonesi; ed è proprio a questi testi che si suppone si siano rifatti i primi favolisti greci.

La favola assunse, poi, i suoi caratteri tipici intorno al VI secolo a.C. con il greco Esopo, dal quale successivamente trasse spunto la favolistica latina grazie ad autori quali Fedro, Ennio,Lucilio e Orazio.

Nei secoli successivi si ebbero altre raccolte di favole ma solo nel Medio Evo la tradizione favolistica ebbe grande fortuna. Fu nuovamente trascurata nel Quattrocento per essere poi ripresa da Leopardo e,  nel Cinquecento, da autori quali il Firenzuola e l’Ariosto mentre nel Seicento fu più apprezzata in Francia che altrove, grazie anche all’opera di Jean de La Fontane.

Jean de La Fontaine nacque in Francia nel 1621. Di origini bor­ghesi, conquistò la benevolenza dei nobili parigini come autore di commedie, poemi e racconti. La sua grande fama è dovuta so­prattutto alle Favole, attraverso cui rappresentò i vizi degli uomini in generale e i capricci degli aristo­cratici in particolare. La sua opera letteraria fu tanto apprezzata che nel 1683 fu elet­to membro dell'Accademia Fran­cese (un’importante istituzione, sorta, nel l634; e ancora esisten­te, della quale fanno parte i mag­giori letterati francesi, sempre in numero di quaranta). Morì nel 1695.

Il genere della favola fu molto utilizzato nel Settecento, per i suoi intenti educativi, mentre ebbe meno fortuna nell’Ottocento romantico che le preferì la fiaba per il senso di misterioso e fantastico. Di questo periodo bisogna ricordare Tolstoj. Lev Tolstoj era nato nel 1828 a Jasnaja Poljana in Russia, dal matrimonio tra un conte e una principes­sa, rimase orfano a soli nove anni. Insieme con altri cinque fratelli, ere­ditò vasti possedimenti terrieri, dove lavorava­no in condizioni di se­mi-schiavitù moltissimi contadini. Dopo alcuni anni passati nell'eserci­to, abbandonò la car­riera militare e ritornò alle sue terre, dove offrì la libertà ai contadini. Questi, però, sospettan­do che si trattasse di un  tranello, rifiutarono l'offerta. Tolstoj, invece, era sinceramente preoccupato di migliorare le condizioni di vita dei più poveri. Così, dopo lunghi viaggi in Europa, tornò a Jasnaja Poljana e, nel 1859, aprì una scuola per i figli dei contadini.In questa scuola Tolstoj non voleva solamente insegnare a leggere e a scrivere, ma anche impartire un'educazione morale ai gio­vani. A questo scopo egli, già au­tore di grandi romanzi come i fa­mosi Guerra e Pace e Anna Karenina, scrisse anche numerose favole che servivano all'educazione dei suoi allievi. La scuola di Jasnaja Polja­na divenne un centro di fama in­ternazionale, dove si recavano da tutto il mondo scrittori, scienzia­ti, giovani e uomini comuni inte­ressati a conoscere il metodo edu­cativo del grande scrittore russo. Tolstoj trascorse gli ultimi anni della sua vita peregrinando per la Russia in cerca della serenità e del­la pace interiore. Il 7 novembre del 1910 morì povero e lontano da casa. Il suo funerale vide una grande e commossa partecipa­zione popolare.

Nel nostro secolo, infine, la favola è stata rivalutata da scrittori moderni quali Trilussa, Pratesi, Moravia, Malerba, Rodari e tanti altri che, pur rifacendosi alle favole tradizionali, hanno rivestito le loro narrazioni di attualità, ispirandosi agli aspetti e ai problemi della società attuale. Le favole moderne presentano in genere un intreccio più complesso di quello delle favole tradizionali, un testo più lungo, una maggiore ricchezza di personaggi; non più soltanto animali o piante, ma anche esseri umani e, infine, la mancanza per lo più della finalità didascalica 


sabato 17 marzo 2012

La filastrocca



Lo studio della filastrocca è una buona introduzione alla poesia
Anche i bambini conoscono alcune poesie: sono poesie semplici, divertenti, infantili, ma già contengono molti elementi della «vera» poesia. Sono le filastrocche, le prime forme poetiche che tutti abbiamo imparato da piccoli e che non abbiamo più di­menticato. Le filastrocche sono poesie semplici e divertenti, molto in uso tra la gente comune, che hanno versi facili, parole ripetute, un ritmo molto cadenzato, argomenti scherzosi e fantasiosi usati familiarmente con i bam­bini o tra i bambini stessi per vari scopi: far addormentare un bimbo capriccioso, insegnare le cose più semplici, fare la conta prima di un gioco. Non si sa chi le abbia inventate e la loro origine è lon­tana nel tempo: forse erano incantesimi popolari per scacciare le sventure che si abbattevano sulla povera gente, oppure cantilene scherzose per non pensare ai guai di tutti i giorni.

Le filastrocche, come le fiabe, ebbero la loro prima formulazione nei dialetti e per questo ogni regione italiana ha un suo patrimonio di filastrocche. Inoltre chi le pronunciava ogni volta cambiava qualcosa, aggiungendo o toglien­do parole; le formule si tramandavano così sempre di­verse: questo spiega la grande varietà di filastrocche giunte fino a noi.

Ci sono, però, anche «filastrocche d'autore», create da noti scrittori contemporanei (Orengo, Piumini, Rodari e molti altri) sullo stile delle antiche cantilene infantili. Anche in questi componimenti lo scopo principale è quello di divertire, di rallegrare il pubblico, e quindi ven­gono presentate situazioni assurde e irreali, spesso con un linguaggio, immaginario e fantastico.

Sul tuo quaderno: 1. definisci la filastrocca. 2. spiega quali sono le caratteristiche della filastrocca 3. esponi qual è l’origine delle filastrocche. 4 indica quali sono le filastrocche d’autore e perché vengono scritte.

Copia sul quaderno la filastrocca e gli esercizi
1. Filastrocca corta e matta

Filastrocca corta corta,

il porto vuol sposare la porta,

la viola studia il violino,

il mulo dice: - Mio figlio è il mulino;

la mela dice: - Mio nonno è il melone;

il matto vuol essere un mattone,

e il più matto della terra

sapete che vuole?

Vuol fare la guerra!


· Quale punteggiatura c'è alla fine di ogni riga? Scrivilo sul quaderno.

Prima riga:................ Seconda riga............... Terza riga.......................... Quarta riga......................... Quinta riga.................... Sesta riga................: Settima riga................... Ottava riga..........................

· Tralasciando la prima riga, scomponi la fi­lastrocca in frasi di senso compiuto. Vai a capo solo quando la frase è finita.

· In quali righe sei andato a capo in modo diverso dall’autore?

· Ricopia sul quaderno solo l’affer­mazione giusta:

Le frasi che compongono la filastrocca continuano sulla stessa riga finché la riga non è finita

Le frasi che compongono la filastrocca vanno a capo anche se c'è ancora spazio sulla stessa riga

II verso

In base agli esercizi precedenti hai capito che in poe­sia non si va a capo quando la frase è finita, ma se­condo le necessità del componimento, che non sem­pre coincidono con quelle della grammatica. Le righe di testo, in poesia, si chiamano versi (dal la­tino vertere = volgere, tornare) e ogni verso ha una certa lunghezza, determinata dal numero di sillabe che lo compongono. Attenzione: il conto delle sillabe, in poesia, segue re­gole particolari. Una di queste, ad esempio, stabili­sce che la vocale finale di una parola forma una sola sillaba con la vocale iniziale della parola seguente (es. studia il violino si sillaba così: stu/dìail/vio/li/no).

· Abbiamo diviso in sillabe alcuni versi della filastrocca. Continua tu sul quaderno.

a) Fi/la/stroc/ca/cor/ta/cor/ta

b) il/por/to,

e) la/vio/la/stu/diail/vio/li/no

d) Il/mu/lo/di/ce/Mio/fì/glioèil/mu/li/no

e) la/me/la

f) il/mat/to

g) eil/più/mat/to/del/la/ter/ra

h) sa/pe/te/che/

· Come si chiamano in poesia le righe di testo?

· Da che cosa si capisce che l’autore non ama la guerra?

· Perché l’autore dice nel titolo che questa filastrocca è matta?

· L’autore pensa che chi vuole fare la guerra sia matto. Condividi questo suo pensiero? Esprimi la tua riflessione in merito.

· Quali sono a tuo avviso i motivi che spingono gli uomini a fare la guerra?





Copia sul quaderno la filastrocca e gli esercizi
2. Domani è domenica

Domani è domenica

tagliamo la testa a Menica,

Menica non c’è,

tagliamo la testa al re.

Il re è malato,

la tagliamo al soldato.

Il soldato fa la guerra,

pancia all’aria schiena in terra.

· Nei primi due versi della filastrocca ci sono tre parole che si assomigliano. Quali?

· Delle tre parole che hai scritto nell’esercizio precedente, una contiene tutte le lettere che formano le altre due. Quale?

· Quale parola si ottiene cancellando solo due lettere?

Quale si ottiene spostando una lettera e cancellandone altre due?

· Scrivi sul quaderno le parole finali dei versi e collega con un segno quelle che terminano con un gruppo di lettere uguali. Segui l’esempio

Domenica

Menica

Riguarda quanto hai appena scritto e metti una lettera alla fine di ogni riga ( A, B, C), dove a suono uguale corrisponde lettera uguale. Ad esempio:

Domenica A

Menica A

La rima

Come hai notato negli esercizi che hai appena ese­guito, i versi possono terminare con parole che han­no le ultime lettere uguali: questa identità di suono si chiama rima, ed è un tratto caratteristico della poesia. La rima, infatti, serve a creare un ritmo, una caden­za particolare nel testo, ed è possibile costruire sche­mi di rime diversi. Quella che tu hai rilevato nella fi­lastrocca, abbinando lettera uguale a suono uguale (AA BB CC ecc.), viene definita rimo baciata, in quan­to rimano tra loro, a due a due, i versi vicini (primo e secondo, terzo e quarto e così via).

Copia sul quaderno la filastrocca e gli esercizi

3. L'omino della gru

Filastrocca di sotto in su

per l'omino della gru.


Sotto terra va il minatore,

dov'è buio a tutte l'ore;


lo spazzino va nel tombino,

sulla terra sta il contadino,


in cima ai pali l’elettricista

gode già una bella vista,


Il muratore va sui tetti

e vede tutti piccoletti...


ma più in alto, lassù lassù,

c'è l'omino della gru:


cielo a sinistra, cielo a destra,

e non gli gira mai la testa.

Le strofe

Nella filastrocca ogni due versi c'è uno spazio bianco, così che i versi risultano raggruppati a due a due. In poesia i gruppi di versi riuniti tra loro si chiamano: Strofe. Le strofe possono essere composte da più versi (due, tre, quattro, ecc.) e prendono il nome dalla quantità di versi che le costituiscono. Distico: due versi. Terzina: tre versi. Quartina: quattro versi.

· Nella filastrocca quante strofe troviamo e come si chiama questo tipo di strofa?

· Cos’è la rima e a cosa serve?

· Cos’è la strofa?

Copia sul quaderno le filastrocche e gli esercizi

4. C'era una volta Cecco Rivolta

C'era una volta

Cecco Rivolta.

Rivoltando i maccheroni,

se la fece nei calzoni.

La sua mamma lo picchiò,

il povero Cecco si ammalò.

S'ammalò di malattia,

povero Cecco, lo portano via,

lo portano via con la barella,

voglion portarlo sottoterra.

Sottoterra c'eran le scale,

povero Cecco, si fece del male,

perché sull'ultimo scalino,

cadde e si ruppe il mignolino.



La struttura: rima baciata, rima alternata e quasi rima

Nella filastrocca le rime sono disposte lungo il componimento in modi diversi. A volte i versi in rima sono uno di seguito all'altro (volta/rivolta, maccheroni/calzoni); in questo caso si ha la rima baciata AABB. Altre volte il primo verso rima con il terzo, il secondo con il quarto, in questo caso si ha la rima alternata ABAB. Ci sono però anche versi che non finiscono con una vera e propria rima, ma solo con suoni simili. Si chiamano assonanze quelle in cui cambiano le consonanti e rimangono uguali le vocali (mare/male/pane), consonanze quelle in cui cambiano le vocali e rimangono uguali le consonanti (male/mela/ mulo)per semplificare chiameremo i suoni simili quasi rime.

• Segna le rime e le quasi rime della filastrocca con le lettere dell'alfabeto. • Hai trovato quasi rime? In quali versi?

• Spiega cosa si intende per: rima baciata, rima alternata, assonanza e consonanza

5. Il grillo e la formica


Stava lo grillo in un campo di lino;

la formicuzza gliene chiese un filino.


Disse lo grillo: - Che cosa ne vuoi fare?

- Calze e camicie; mi voglio maritare.


Disse lo grillo: - Lo sposo sono io.

La formicuzza: - Contenta sono anch’io.


Quando lo grillo fu per dar l’anello,

cascò in terra e si ruppe il cervello.


La formicuzza andò di là dal mare,

cercar l’unguento pel grillo medicare.


Quando fu già là vicino al mare

Venne la nova che il grillo stava male.


Quando fu già là vicino al porto,

venne la nova che ‘l grillo gli era morto.


La formicuzza andò sul bastimento,

pel grillo morto fe’ questo lamento:


Povero grillo! avea sì bel bocchino

gli stava bene in bocca il sigarino.



Povero grillo avea sì bella gamba,

gli stava bene la calza rossa e gialla.


Povero grillo! avea sì bel piedino,

gli stava bene in piè lo stivalino.


1. Nella filastrocca viene usato il discorso diretto per riportare le parole dei due protagonisti. Sottolinea in rosso le parole del grillo e in blu quelle della formica. 2. Quante strofe compongono la filastrocca? Di quanti versi è composta ogni strofa? 3. Indica il tipo di rime presenti nella filastrocca. 4. Sottolinea, se sono presenti, le rime baciate in rosso , le rima alternate in blu, le quasi rime in nero.

PER RIASSUMERE: Il verso è l’insieme di parole contenute in una riga di una filastrocca o di una poesia. Ogni riga può variare di volta in volta come lunghezza. Le parole che formano il verso sono, a loro volta, formate da sillabe: sono proprio le sillabe che costituiscono l’unità di misura di un verso. A seconda del numero di sillabe, infatti il verso prende un nome diverso: ternario (composto di tre sillabe); quarternario (composto di quattro sillabe); quinario (composto di cinque sillabe); senario (composto di sei sillabe); settenario (composto di sette sillabe); ottonario (composto di otto sillabe); novenario (composto di nove sillabe); decasillabo (composto di dieci sillabe); endecasillabo (composto di undici sillabe). Nelle poesie, spesso, i versi sono disposti a gruppi, nei quali il numero dei versi stessi può variare. Ogni gruppo di versi prende il nome di strofa.

I versi possono essere legati tra loro dalla rima, ossia dalla ripetizione di suoni uguali in due o più parole a fine verso. La rima può essere:

• baciata, quando rimano fra loro le parole finali di due versi consecutivi. In questo caso le rime si indicano con lo schema metrico AA, BB, CC, ecc.

• alternata, quando il primo verso rima con il terzo e il secondo con il quarto. In questo caso le rime si indicano con lo schema metrico ABAB

• incrociata quando il primo verso rima con il quarto e il secondo con il terzo. In questo caso le rime si indicano con lo schema metrico ABBA. I poeti, spesso, ottengono un effetto simile alla rima con l'assonanza e la consonanza. Nell'assonanza le sillabe finali di due parole presentano vocali uguali, ma consonanti differenti. Nella consonanza, invece, sono uguali le consonanti e diverse le vocali.


· Prendendo lo spunto da C’era una volta Cecco Rivolta, inventa la storia di un bambino che viene sempre punito perché sbaglia a fare le cose, ma alla fine si prende una rivincita.

· Rileggi la filastrocca del grillo e la formica e inventa un finale diverso alla storia partendo dal momento dell’incidente.

· Ti suggeriamo adesso una serie di parole in rima fra loro. Prova a comporre tu delle brevi e divertenti filastrocche, servendoti del maggior numero delle parole indicate: bambino pianino; minestra finestra; scodella padella; marmellata serenata; Pinocchio ginocchio; canzone persone; dente incidente.


La starna
Stanca stasera cala la starna sopra la panca scruta la Marna,

poco starnazza, molto starnuta

la strana, scarna, starna canuta.


La zanzara
"Buona zera!" mi dice la zanzara strofinando le zampe allo zerbino,

"ho tanta zete!" e, zaffete! mi azzanna

come zitella che scocchi un bacino.



L’assiolo
Se il castello è raso al suolo

su di un sasso mi consolo

all'assolo dell'assiolo


L'allitterazione nelle filastrocche

II poeta con le parole crea una musica.

Nella poesia le parole si rincorrono attraverso i suoni. Quando uno stesso suono o suoni simili si ripetono all'inizio o all'interno di due o più parole vicine, si ha l'allitterazione, come nella frase: Dopodomani Dario dovrà darci indietro i due dadi del gioco dell'oca. Il poeta toti scialoja ha scritto molte filastrocche che fanno un grande uso dell'allitterazione e che sono diventate famose perché offrono tante immagini indimenticabili.

Come vengono costruite filastrocche del genere?

Proviamo a capirlo utilizzando un testo di Scialoja.
Il corvo

Ho visto un corvo sorvolare Orvieto

Volava assorto, né triste né lieto.

L'autore ha scelto un animale: il corvo e una località: Orvieto che contiene parte della parola corvo è della parola lieto.

Osserva tutti i possibili suoni simili che si ripetono:

a. visto corvo sorvolare Orvieto volava

b. visto triste

e. corvo sorvolare Orvieto (e anche assorto)

d. sorvolare volava

e. Orvieto lieto

f. visto Orvieto assorto lieto

Ce ne sono altri, anche singoli? Qual è la vocale che ricorre più frequentemente?



Leggi un'altra filastrocca di scialoja.

La biscia

Una biscia, a Brescia, lascia

Il tempo che trova;

se attraversa sulle strisce

nessuno la approva.



· Osserva come è stata costruita e quali suoni si ripetono nella filastrocca di Scialoja.

L’autore ha scelto un animale:……………………………….

e una località: …………………………………………………

I suoni che si ripetono sono:………………………………….

· Costruisci una breve filastrocca che abbia per protagonista una civetta o un topo o l'animale che preferisci; inserisci anche tu nel testo qualche allitterazione. Segui lo schema di Scialoja.

Animale

Località

Suoni che si ripetono

Titolo

Testo


Il limerick


C'era un vecchio di Livorno

C'era un vecchio di Livorno
Che mangiava ragni arrosto con contorno;
Li prendeva con tè pane e burro
Sulla riva del mare verdazzurro,
Quel romantico vecchio di Livorno.



C'era una signorina di Licarsi

C'era una signorina di Licarsi
La cui chioma tendeva ad arricciarsi
S'arricciò su pei rami di fico
E per tutto l'oceano infinito
Quell'invadente signorina di Licarsi.


 C'era un vecchio di Forlì

C'era un vecchio di Forlì
Che aveva un grosso bove e lo smarrì;
Ma dissero: «Non vedi ch'è salito
Sulla cima di quel fico,
O irritante vecchio di Forlì?»

C'era un vecchio di Dronero

C'era un vecchio di Dronero
Che leggeva con un piede in aria Omero;
Quando dal crampo si sentì trafitto
Saltò giù dalla rupe a capofitto,
II che finì quel vecchio di Dronero.

Edward Lear, Il libro dei Nonsense



Il dottore di Ferrara

Una volta un dottore di Ferrara
voleva levare le tonsille a una zanzara.
Ma il furbissimo insetto
si nascose nel colletto
del tonsillifico dottore di Ferrara.


Il dottor Cirillo

Un dottore di nome Cirillo
voleva fare un'iniezione a uno spillo.
Lo spillo si arrabbiò
e il naso bucherellò
a quel siringoso dottor Cirillo.

II dottor Benedetto

C'era un bravo dottore di nome Benedetto
che voleva far dire trentatré a un galletto.
Fece il gallo, lì per lì,
trentatré volte chicchirichì...
Così diventò sordo il dottor Benedetto.


Tre dottori di Saronno

Tre dottori di Saronno
sbadigliavano per il sonno.
Disse il primo: - Io dormirò –
Disse il secondo: - Io russerò –
Perché il terzo non parlò?

G. Rodari, Le filastrocche del cavallo parlante




Questi brevi testi in rima potrebbero sembrarti delle filastrocche, ma si tratta invece di NONSENSE, ovvero di testi che, come dice la stessa parola inglese — nonsense —sono assolutamente privi di senso logico.

Se le filastrocche, oltre ad essere divertenti per i loro giochi di parole, hanno anche scopi precisi ed individuabili, i nonsense hanno l'unico scopo di divertire i lettori con una successione di parole e frasi accostate le une alle altre seguendo semplicemente il filo dell'assurdo (nonsenso = assurdo). A determinare la particolare comicità dei nonsense è il fatto che il loro assurdo contenuto è presentato con grande serietà di tono, come se si trattasse di fatti del tutto normali, ragionevoli e coerenti: narrano assurdità come se fossero le cose più normali del mondo; ciò che conta sono solo la rima e il ritmo.

I nonsense furono creati, verso la metà dell'Ottocento, da uno scrittore inglese, Edward Lear (1812-1888), il quale pubblicò "A book of Nonsenso" (Un libro di nonsense) da lui stesso illustrato, riscuotendo un successo che ancora oggi perdura. Questi componimenti vengono chiamati anche "limerick" dal nome dell'omonima città irlandese, la parola viene usata come sinonimo di filastrocca assurda e senza senso in ricordo di un’antica canzoncina infantile, un tempo pare molto nota, che cominciava così: “vuoi venire a limerick?”. Se rileggi adesso i nonsense di Lear che ti abbiamo presentato in apertura, potrai coglierne lo spirito tipicamente inglese di questo tipo di testo: presentare un comportamento assurdo ed illogico come se fosse qualcosa di ovvio e banale.

La struttura del nonsense

I nonsense si presentano con delle caratteristiche fisse, facilmente individuabili: la maggior parte di essi inizia con l'espressione "C'era" che introduce il personaggio (in genere un vecchio, una signorina, un signore, una ragazza, un giovane...), cui segue l'indicazione della città o del paese di provenienza; il secondo verso descrive azioni o caratteristiche, naturalmente assurde, del personaggio che vengono ulteriormente chiarite nei due versi successivi con una perfetta "coerenza" rispetto a quanto detto precedentemente; l'ultimo verso, infine, si riferisce sempre al personaggio presentato in apertura che viene ulteriormente caratterizzato, di solito con un aggettivo. Un'altra caratteristica dei nonsense è il numero fisso dei versi (cinque) e la presenza della rima, che si ripete con una determinata successione: il primo verso rima con il secondo e con il quinto, mentre il terzo rima con il quarto (AABBA).

· Nei limerick di Rodari che hai letto vi sono alcune parole che non si trovano nel dizionario. Inventa anche tu qualche parola buffa del genere e usala per descrivere una persona di tua conoscenza

· Prova tu a fare un limerick ispirandoti a un tuo compagno o a un tuo insegnante.

lunedì 29 agosto 2011

PROVE D'INGRESSO: dettato

Dettato

IL MIO NOME E’ RANIA
Rania Hammad

Una delle cose che le mie amiche mi chiedevano sempre era perché mi chiamavo Rania. E si dispiacevano quanto me quando gli altri ragazzini mi prendevano in giro chiamandomi “ragnatela” o “rana”. Forse il soprannome che mi dava più fastidio era “uomo ragno”.
Un giorno tornai a casa quasi in lacrime e domandai a mia madre perché mi avevano dato quel nome così ridicolo. Lei mi rispose che in arabo ha un significato bellissimo: “sguardo profondo”. Da allora ne diventai orgogliosa e quando qualche dispettoso mi prendeva in giro mi vendicavo trovando un nomignolo anche per lui.


VALUTAZIONE
Tutto giusto=10
1 errore=9,5
2 errori=9
3 errori=8,5
4 errori=8
5 errori=7
6 errori=6
7=5
8=4,5
9=4
Più di 10 errori = NS

PROVE D'INGRESSO: competenza lessicale

Competenza lessicale

Esercizio 1. Sul tuo quaderno scegli la definizione corretta delle seguenti parole.
Opportuno=□Adatto, appropriato □Esatto, preciso □Chiaro, comprensibile □Esagerato, eccessivo
Esperto= □ Esterno □ Agile □ Competente □ Semplice
Angosciante= □ Che annoia □ Che infastidisce □ Che tormenta □ Che soffre
Tetro= □Scuro, cupo □ Chiaro, luminoso □ Ampio, vasto □ Stretto, chiuso
Longevo= □ Che si può versare □ Che ama la vita □ Che è logorato □ Che vive a lungo
Ispido= □ Peloso □ Spesso □ Insipido □ Ispirato

Esercizio 2. Sul tuo quaderno indica il termine contrario.

Antico.
Facile
Debole
Aperto
Scuro
Salato
Luminoso
Ruvido
Gradito
Atteso
Pensieroso
Introverso
Egoista
Duraturo
Dannoso



VALUTAZIONE

21=10
20=9,5
19=9
18=8,5
17=8
16=7,5
15=7
14=6,5
13=6
12=5,5
11=5
10=4,5
9=4
<8=3 ns

PROVE D'INGRESSO: comprensione lessicale

Esercizio 3. Ciascuna delle seguenti parole, così come sono scritte, può avere due diversi significati. Indicali entrambi con parole tue sul quaderno.

Pesca
Boa
Riso
Dama
Fronte
Chiese
Canale
Radio
Rosa


Esercizio 4. Individua e scrivi sul quaderno la parola che, sulla base del significato, non ha nulla in comune con le altre della serie proposta
Ostello, albergo, motel, gelateria.
Calciatore, nuotatore, tennista, rugbista
Carota pera, mela, banana
Monte Bianco, Gran Sasso, Appennini, Cervino
Venticinque, sessantasei, novantatrè, centotrentuno
Mare, lago, fiume, oceano
Stella Polare, Sole, Alpha Centauri, Orsa Minore
Remo, pedale, maniglia, penna
Albero, foglia, tronco, radice


N 3 vale 2 punti a risposta


VALUTAZIONE

27=10 26=9,5 25 =9+ 24=9 23=8,5 22=8+ 21=8 20=7,5 19=7+ 18=7 17=6,5 16=6+ 15=6 14= 5,5 13=5+ 12=5 11=4 sotto il 10=Ns