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mercoledì 2 ottobre 2013

il sabato del villaggio




IL SABATO DEL VILLAGGIO Giacomo Leopardi
   

      La donzelletta1 vien dalla campagna
      in sul calar del sole2,
col suo fascio dell'erba; e reca3 in mano
un mazzolin di rose e viole,
onde, siccome suole4,
ornare ella si appresta
dimani, al dí di festa5, il petto e il crine6.
Siede con le vicine
su la scala a filar la vecchierella,
incontro là dove si perde il giorno7;
e novellando vien del suo buon tempo8,
quando ai dí della festa ella si ornava,
ed ancor sana e snella
solea9 danzar la sera intra di quei10
ch'ebbe compagni dell'età piú bella.
Già tutta l'aria imbruna11,
torna azzurro il sereno12, e tornan l'ombre
giú da' colli e da' tetti13,
al biancheggiar della recente luna14.
Or la squilla dà segno15
della festa che viene;
ed a quel suon diresti
che il cor si riconforta16.
I fanciulli gridando
su la piazzuola in frotta17,
e qua e là saltando,
fanno un lieto romore18;
e intanto riede alla sua parca mensa19,
fischiando, il zappatore,
e seco pensa al dí del suo riposo20.

Poi quando intorno è spenta ogni altra                       
e tutto l'altro tace22,                          [face21
odi il martel picchiare, odi la sega
del legnaiuol23, che veglia
nella chiusa bottega alla lucerna24,
e s'affretta, e s'adopra
di  fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba25.

Questo26 di sette è il più gradito giorno,
pien di speme27 e di gioia:
diman tristezza e noia
recheran l'ore28, ed al travaglio usato
ciascuno in suo pensier farà ritorno29.

Garzoncello scherzoso30,
cotesta età fiorita31
è come un giorno d'allegrezza pieno,
giorno chiaro, sereno,
che precorre alla festa di tua vita32.
Godi, fanciullo mio; stato soave,
stagion lieta è cotesta33.
Altro dirti non vo'34; ma la tua festa
ch'anco tardi a venir non ti sia grave35.








1:la fanciulla
2: all’ora del tramonto
3: porta
4:con il quale, nel modo in cui è solita(suole) fare
5: ella si prepara a ornare domani, nel giorno di festa
6: i capelli
7: rivolta a occidente, verso il tramonto
8: raccontando (novellando) del suo tempo felice, la giovinezza
9: era solita
10: insieme a quelli
11: si fa scura
12: il cielo torna ad essere azzurro
13: e le ombre, scomparse dopo il tramonto, riappaiono dai colli e dai tetti
14: sotto la luce della luna appena sorta
15; ora la campana (squilla) annuncia
16: si consola
17: in gruppo
18: un chiasso gioioso
19: ritorna (riede) alla sua povera cena
20: pensa fra sé e sé alla giornata seguente in cui si riposerà
21: luce
22: e ogni cosa è immersa nel silenzio
23: del falegname
24: alla luce del lume
25: si sforza (s’adopra) di terminare il lavoro (l’opra) prima che ritorni la luce del giorno
26: il sabato
27: speranza
28: domani le ore porteranno tristezza e noia
29: ciascuno tornerà con il pensiero al lavoro abituale
30: fanciulletto allegro
31: la fanciullezza
32: anticipa l’età adulta
33: la giovinezza è una condizione dolce e gioiosa
34: non voglio dirti altro
35: ma non ti dispiacere (non ti sia grave) se la festa della tua vita tarderà ad arrivare

ESERCIZI
1.      In quale luogo e in quale momento della settimana si svolge la scena descritta da Leopardi?
2.      Riassumi brevemente le azioni compiute dai diversi personaggi presenti nel testo spiegando quale elemento li accomuna.
Donzelletta…
Vecchierella…
Zappatore…
Falegname…
Elemento in comune…
3.      Quali suoni e rumori rendono più ricca e vivace la descrizione che il poeta fa del villaggio?
4.      Nell’ultima strofa della poesia Leopardi si rivolge a un interlocutore immaginario: chi è? Che cosa rappresenta?
5.      A quali elementi dell’esistenza umana corrispondono simbolicamente il sabato e la domenica?
6.      La poesia si divide in una parte descrittiva  e in una riflessiva. Quali versi sono dedicati alla descrizione e quali alla riflessione?
7.      Leggendo questa poesia ti sarai accorto della sua grande musicalità: questa è dovuta, oltre che a un uso sapiente dei versi endecasillabi e settenari, all’uso ricorrente di assonanze e allitterazioni. Individuane alcune.
8.      Spiega la metafora presente nell’espressione “età fiorita”.
9.      Confronta  Il sabato del villaggio con Il passero solitario e indica se le affermazioni che seguono sono vere [V] o false [F]
  • Entrambi i testi sono ambientati a Recanati.
  • In entrambi Leopardi contrappone la giovinezza alla vecchiaia.
  • Le due poesie esprimono una diversa concezione dell’infelicità umana.
  • Solo nel Sabato del villaggio viene descritta la vita degli abitanti di Recanati.
10.  Pensi anche tu, come il poeta, che il sabato sia “il più gradito giorno” e che la domenica porti con sé “tristezza e noia”, o hai un’opinione diversa? Spiega il tuo punto di vista descrivendo come trascorri di solito queste due giornate.


La fanciulla (la donzelletta – diminutivo arcaico) ritorna dalla campagna [torna dal lavoro nei campi] al tramontar del sole (in sul = verso il), portando un fascio d’erba e tiene in mano un mazzolino di rose e di viole (ha l'erba per le bestie, come tutti i giorni, ma in mano ha viole e rose come segno della festa), delle quali (onde), come è solita (suole), si prepara a ornare l'indomani, giorno di festa, il petto e i capelli (crine).
[Alla baldanza giovanile della donzelletta viene contrapposta la quiete della vecchierella]
Intanto sulle scale (i gradini dell'uscio di casa) siede con le vicine la vecchierella a filare, rivolta là (
incontro là) dove tramonta il sole e racconta (novellando vien = raccontando con tono di fiaba)  della sua giovinezza (suo buon tempo - metafora), quando anch’ella si preparava la domenica e ancora giovane e bella era solita (solea, torna l'idea della cara abitudine) andare a ballare con coloro che erano giovani come lei (ebbe compagni nell’età  più bella – “età più bella” è metafora).
Ormai (
già, esprime il rapido volgere della sera) inizia a scurire (l’aria imbruna), il cielo (il sereno) torna azzurro (metonimia), e al biancheggiare della luna appena sorta (recente luna) ritornano giù dai colli e dalle case le ombre (dopo che erano sparite al tramontare del sole tornano a disegnarsi per terra). Ora la campana (la squilla) dà segno della festa che sta arrivando (metonimia); e a quel suono, si direbbe (diresti, con valore impersonale) che il cuore si consola (si riconforta: per un momento dimentica i suoi mali).
I fanciulli (sono i primi a gioire della festa tanto attesa) gridando in gruppo (
in frotta) sulla piazzola, e saltando di qua e di là fanno un rumore allegro (lieto – perché suscita gioia); e intanto il contadino torna (riede forma arcaica che suggerisce l’impressione del camminare lento e cadenzato di chi è stanco) alla sua  povera casa (parca mensa), fischiettando (in segno di letizia lui pure) e fra sé e sé (seco) pensa al giorno del suo riposo.

Poi quando intorno tutti i lumi (face - latinismo) sono spenti e tutto è silenzio (tace – face/tace è rima baciata), senti (odi...odi, anafora) il martello picchiare, senti la sega del falegname, che  sveglio nella sua bottega chiusa, alla luce della lucerna, si affretta e si adopera per finire il lavoro (fornir l'opra) prima della luce dell’alba.

Questo è il giorno [il sabato, che si è appena concluso] più gradito della settimana (di sette), pieno di speranza (speme) e di gioia: domani le ore porteranno tristezza e noia, e ognuno tornerà col pensiero (in suo pensier farà ritorno) alla fatica di tutti i giorni (il travaglio usato).
Ragazzo (Garzoncello, l'uso del diminutivo indica affetto) allegro/scanzonato (scherzoso), questa giovinezza (età fiorita - metafora) è come un giorno pieno di felicità (similitudine), luminoso, sereno, che precede la maturità (festa di tua vita - metafora, dunque la fanciullezza è simile al sabato, che promette gioia, la maturità alla domenica, in cui ogni illusione svanisce).
Godi o fanciullo [quanto puoi] della giovinezza; questa è una condizione (
stato) beata, un’età gioiosa (stagion lieta - metafora).
Non voglio dirti altro; ma non ti pesi che la tua festa tardi ancora a venire [cioè non aver fretta di crescere].
Commento: : Il sabato del villaggio, scritto da Giacomo Leopardi nel 1829 a Recanati, fa parte dei "grandi idilli" e, come tale, si evidenziano da subito in tutto il componimento i temi della rimembranza e dell'evanescenza della giovinezza. Il tema predominante del componimento è rievocare "l'età fiorita", tema che peraltro si ritrova in altri idilli come in A Silvia, dove la ragazza è personificazione stessa della gioventù che sfiorisce. L'autore invita a non aspettarsi felicità dal futuro, perché come la domenica deluderà l'attesa del sabato, così la vita deluderà i sogni della giovinezza. Leopardi, quindi, ritiene di non doversi aspettare niente, in modo da non essere mai delusi.
Il poeta in questa lirica parla della vita che si conduce di sabato nel suo villaggio. Si può suddividere la poesia in due parti:
  1. prima parte : descrittiva in cui regna l'allegria per i giorni di festa e successivamente il silenzio rotto dagli strumenti del falegname. I primi versi, infatti, oppongono la gioia ed il giorno alla serenità del sonno;
  2. parte finale: riflessiva dove il poeta guarda al domani quando la quotidianità infonderà il tedio e riflette sulla fugacità della giovinezza.
Negli ultimi versi il poeta oppone l'oggi spensierato, metafora della giovinezza, al domani, simbolo della noia e della vecchiaia.
Forma metrica: Canzone libera. Settenari e endecasillabi si alternano e vi sono due versi non rimati (41 e 43).
Parallelamente alle tematiche il ritmo nei primi versi è più incalzante, scorrevole e spensierato, mentre diventa in chiusura, più pacato ed incline alla meditazione. Il ritmo agile e mosso è reso efficacemente attraverso l’utilizzo dei settenari, mentre il ritmo più lento è reso dall’endecasillabo.
Sono presenti numerose figure retoriche, oltre a quelle evidenziate nel testo a fronte della poesia, vi sono: Litote: "altro dirti non vo'" con la quale Leopardi esprime l'intenzione di non demoralizzare i giovani. Climax: I personaggi realizzano un climax prima crescente dopo decrescente: la donzelletta (gioventù) - la vecchierella (vecchiaia) - lo zappatore (età matura) - il garzoncello (gioventù).
Si possono notare inoltre, nella prima parte della poesia, allitterazioni con doppie (donzelletta, mazzolin, vecchierella, novellando, sulla, bella, colli...) o con dittonghi (giorno, chiaro, ciascuno, gioia, stagion, pien, pensier, lieta), o con ripetizione degli stessi suoni (in sul calar del sole; siccome suole).
L'uso dei diminutivi (donzelletta, vecchierella, garzoncello) denota la tenerezza del poeta verso i suoi personaggi, in particolare per gli adolescenti.


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il passero solitario



Analisi del testo: “Il passero solitario” di Giacomo Leopardi


D’in su la vetta della torre antica,
Passero solitario, alla campagna
Cantando vai finché non more il giorno;
Ed erra l’armonia per questa valle.
Primavera dintorno
Brilla nell’aria, e per li campi esulta,
Sì ch’a mirarla intenerisce il core.
Odi greggi belar, muggire armenti;
Gli altri augelli contenti, a gara insieme
Per lo libero ciel fan mille giri,
Pur festeggiando il lor tempo migliore:
Tu pensoso in disparte il tutto miri;
Non compagni, non voli,
Non ti cal d’allegria, schivi gli spassi;
Canti, e così trapassi
Dell’anno e di tua vita il più bel fiore.

Oimè, quanto somiglia
Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,
Della novella età dolce famiglia,
E te german di giovinezza, amore,
Sospiro acerbo de’ provetti giorni,
Non curo, io non so come; anzi da loro
Quasi fuggo lontano;
Quasi romito, e strano
Al mio loco natio,
Passo del viver mio la primavera.
Questo giorno ch’omai cede alla sera,
Festeggiar si costuma al nostro borgo.
Odi per lo sereno un suon di squilla,
Odi spesso un tonar di ferree canne,
Che rimbomba lontan di villa in villa.
Tutta vestita a festa
La gioventù del loco
Lascia le case, e per le vie si spande;
E mira ed è mirata, e in cor s’allegra.
Io solitario in questa
Rimota parte alla campagna uscendo,
Ogni diletto e gioco
Indugio in altro tempo: e intanto il guardo
Steso nell’aria aprica
Mi fere il Sol che tra lontani monti,
Dopo il giorno sereno,
Cadendo si dilegua, e par che dica
Che la beata gioventù vien meno.

Tu, solingo augellin, venuto a sera
Del viver che daranno a te le stelle,
Certo del tuo costume
Non ti dorrai; che di natura è frutto
Ogni vostra vaghezza.
A me, se di vecchiezza
La detestata soglia
Evitar non impetro,
Quando muti questi occhi all’altrui core,
E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro
Del dì presente più noioso e tetro,
Che parrà di tal voglia?
Che di quest’anni miei? che di me stesso?
Ahi pentirommi, e spesso,
Ma sconsolato, volgerommi indietro.


Parafrasi
Dalla cima dell’antica torre, passerotto solitario, continui a cantare rivolto verso la campagna, finchè non termina la giornata; e si diffonde il suono attraverso questa vallata. Intorno, nell’aria brilla la primavera ed è nel pieno rigoglio nei campi, a tal punto che ad ammirarla il cuore si commuove. Senti greggi belare, mandrie di buoi muggire; gli altri uccelli felici, tutti insieme a gara fanno mille giri nel cielo libero, festeggiando anch’essi il periodo migliore della loro vita: tu, invece, pensieroso in disparte osservi tutto ciò che ti circonda; non ti curi dei compagni, dei voli, di manifestare allegria, eviti i divertimenti; canti e così passi l’epoca migliore dell’anno e della tua vita.
Ahimè, quanto è simile al mio il tuo modo di vivere! Io non cerco, non so come sia possibile, il divertimento e il piacere, dolci compagni della giovane età, né te, amore, compagno della giovinezza, rimpianto amaro dei giorni dell’età matura; anzi quasi scappo lontano da loro; quasi solitario ed estraneo al luogo in cui io sono nato, passo la giovinezza, l’epoca più bella della mia vita. Si è soliti festeggiare al nostro paese questo giorno che ormai lascia il posto alla sera. Senti attraverso il cielo sereno un suono di campana, senti spesso uno sparo di armi da fuoco a salve, che rimbomba lontano di casa in casa. La gioventù del luogo, tutta vestita a festa, lascia le case e si sparge per le strade; e guarda ed è guardata, e si rallegra nel cuore. Io solitario, uscendo diretto verso questa parte remota della campagna, rinvio ad un altro momento ogni piacere e ogni gioco: e intanto il sole, che, dopo un giorno sereno, sparisce nascendosi dietro monti lontani e sembra che dica che la giovinezza felice se ne sta andando, mi ferisce lo sguardo che si estende nell’aria soleggiata.
Tu, uccellino solitario, quando sarai giunto verso la fine della vita che il destino ti darà, certamente non ti pentirai del tuo modo di vivere; perché è frutto di una disposizione naturale ogni vostro desiderio. A me, invece, se non otterrò di evitare l’odiosa soglia della vecchiaia, quando questi occhi resteranno insensibili ai sentimenti altrui e per loro il mondo sarà vuoto, e il giorno futuro sembrerà più noioso e cupo di quello presente, che ne sembrerà di questo desiderio? Che me ne parrà di questi miei anni? Che cosa di me stesso? Ahimè, mi pentirò e mi volgerò spesso indietro, ma senza possibilità di consolazione.

Figure retoriche

  • Allitterazioni: della “c”: “campagna / cantando” (vv. 2-3); “certo, costume” (v. 45) della “l”: “della / alla / valle, li, esulta”; “augelli / lo libero ciel, mille” (vv. 9-10); “lontan di villa in villa” (v. 31); “solingo augellin” (v. 45); della “r”: “belar, muggire, armenti” (v. 8); “romito e strano” (v. 24); “mira, mirata, cor” (v. 35) “tonar, ferree” (v. 30); della “g”: “greggi, muggire” (v. 8); “german di giovinezza” (v. 20) della “s”: “pensoso in disparte / schivi gli spassi / e così trapassi” (vv. 12-15); “sereno, suon, squilla” (v. 29); della “v”: “vostra vaghezza / vecchiezza”(vv. 49-50); della “m”: “pentirommi / ma volgerommi” (vv. 58-59); della “a” ricorrente in tutta la poesia: “campagna / cantando vai… erra l’armonia questa valle….mira ed è mirata e in cor s’allegra….rimota parte alla campagnaaria aprica…parrà di tal voglia”, ecc;
  • Anafora: “che parria di tal voglia? / “che di questi anni miei? “che di me stesso?” (vv. 56-57);
  • Onomatopea: “rimbomba” (v. 31);
  • Chiasmi: “brilla nell’aria e per li campi esulta”; “odi greggi belar, muggire armenti” (v. 8);
  • Metafore: “more il giorno” (v. 2); “di tua vita il più bel fiore” (v. 16); “a sera / del viver” (vv. 45-46); “di vecchiezza / la detestata soglia” (vv. 50-51);
  • Metonimia: “la gioventù del loco” (v. 33) (= i giovani);
  • Anastrofi: “dell’anno e di tua vita il più bel fiore” (v. 16); “del viver mio la primavera” (v. 26); “di natura è frutto” (v. 48); “di vecchiezza / la detestata soglia” (vv. 50-51);
  • Anafore: “quasi fuggo lontano / quasi romito e strano” (vv. 23-24); “odi per lo sereno…/ odi spesso un tonar” (vv. 29-30);
  • Apostrofi: “passero solitario” (v. 2); “e te, german di giovinezza, amore” (v. 20); “solingo augellin” (v. 45);
  • Enjambements: “alla campagna / cantando vai” (vv. 1-2); “primavera dintorno / brilla nell’aria” (vv. 5-6); “a gara insieme / per lo libero ciel fan mille giri” (vv. 9-10); “trapassi / dell’anno e di tua vita il più bel fiore” (vv. 15-16); “somiglia / al tuo costume il mio” (vv. 17-18); “in questa / rimota parte” (vv. 36-37); “ogni diletto e gioco / indugio” (vv. 38-39); “il guardo / steso” (vv. 39-40); “di natura è frutto / ogni vostra vaghezza” (vv. 48-49); “di vecchiezza / la detestata soglia” (vv. 50-51); “soglia / evitar non impetro” (vv. 51-52).

Commento

Anche se, nell’edizione dei Canti del 1835, è collocato prima dell’Infinito, come prologo agli idilli, si hanno molte ragioni per credere che questo componimento sia stato scritto nel 1829, nella stagione dei cosiddetti “grandi idilli”, anche se abbiamo un appunto del 1819, in cui “passero solitario” si trova in elenco di possibili argomenti di idilli. La collocazione incipitaria è dovuta al fatto che la poesia presenta un tema tipico delle opere giovanili: il contrasto tra il reale e ciò che si desidera. Tuttavia, la forma metrica e stilistica è quella degli idilli pisano-recanatesi dl 1828-30.
Tutta la poesia Il passero solitario è costruita su una similitudine tra il comportamento del passero e quello del poeta: come il passero trascorre solitario la primavera, spandendo il suo canto per la campagna, cosi Leopardi trascorre, solo, incompreso e sentendosi estraneo nel suo luogo natale, la giovinezza. Ma il passero non avrà rimpianti, perché ha vissuto secondo natura, mentre il poeta sente che, se giungerà alla vecchiaia, rimpiangerà le gioie di cui non ha goduto. Anche la struttura della poesia è simmetrica: la prima strofa è dedicata al passero e alle sue abitudini di vita, la seconda al poeta, la cui condizione è assimilabile a quella del passero, mentre la terza svolge il confronto, opponendo la vecchiaia di entrambi: infatti, se per l’uccellino la vecchiaia è solo la parte finale della vita che il destino gli ha concesso, per il poeta, invece, è una “detestata soglia”, fonte di pentimenti e rimpianti.
Si tratta di una lirica che nasce dalle più profonde contraddizioni (pessimismo vs gioia di vivere, vecchiaia vs giovinezza, dolore e rifiuto della vita vs amore per l’esistenza, folla vs solitudine / (“ tutta vestita a festa/ la gioventù del loco” al v. 32 e, di contro, “Io solitario” al v. 36). Il tema principale, che è quello della lacerazione tra la gioia di vivere e l’angoscia generata dalla riflessione sulla realtà, si articola principalmente proprio attraverso il contrasto tra la vecchiaia , vissuta come “detestata soglia” (v. 51) ed il rimpianto della giovinezza, considerata “il tempo migliore” (v. 11) e come tale associata alla primavera ( “dell’anno e di tua vita il più bel fiore”, v. 16). Al rimpianto si aggiunge la nostalgia del tempo perduto, di una vita straordinariamente ricca di emozioni lasciate, non vissute e quindi rimpiante: “ Ogni diletto e gioco/Indugio in altro tempo” (vv. 38-39).
Leopardi, in questo suo efficace autoritratto giovanile, non attribuisce la sua infelicità alla natura o alla società, ma alla sua insicurezza e al suo senso di impotenza che gli impedivano di rapportarsi con gli altri e di partecipare alle gioie della vita. La giovinezza non è vista attraverso il filtro del ricordo, come in altri idilli, ma rivissuta (si noti l’uso dell’indicativo presente) come se fosse ancora attuale.
Anche in questo componimento sono molte le immagini “vaghe e indefinite”tanto care a Leopardi, perché permettono di evocare vastità e lontananze che stimolano l’immaginazione: i complementi di luogo indeterminati “alla campagna” e “per lo seren”, la “torre antica” (“l’antico produce l’idea di un tempo indeterminato dove l’anima si perde” leggiamo nello Zibaldone), il passero “solitario”, la campagna “rimota”



I sepolcri Ugo Foscolo

lunedì 5 novembre 2012

S'i fosse fuoco

S'i fosse fuoco, arderei 'l mondo;
s'i fosse vento, lo tempestarei;
s'i fosse acqua, i' l'annegherei;
s'i fosse Dio, mandereil' en profondo;


s'i fosse papa, allor serei giocondo,
ché tutti cristiani imbrigarei;
s'i fosse 'mperator, ben lo farei;
a tutti tagliarei lo capo a tondo.


S'i fosse morte, andarei a mi' padre;
s'i fosse vita, non starei con lui;
similemente faria da mi' madre.


Si fosse Cecco com'i' sono e fui,
torrei le donne giovani e leggiadre:
le zoppe e vecchie lasserei altrui.

LA LIRICA COMICO REALISTICA





Si sviluppa in Toscana nella prima metà del trecento, contemporaneamente al Dolce Stil Novo. È una poesia particolare, definita giocosa e burlesca.
I temi cui si ispira la poesia comico-realistica, nettamente contrapposta a quelli spirituali del Dolce Stil Novo, sono:
1.      l’amore inteso come attrazione fisica, ardente, appassionato e sensuale;
2.      la donna come creatura terrena, non la donna angelo degli stilnovisti;
3.      l’esaltazione del denaro, del gioco, del bere, del divertimento e del piacere;
4.      l’aggressione verbale espressa in modo satirico e spesso offensivo;
5.      il bisogno costante di denaro e il lamento contro la povertà e i fastidi della vita.
Le caratteristiche comuni ai poeti che appartengono a questa corrente non sono molte, quella più importante riguarda il tono e lo stile: questi poeti rinnegano la lirica alta e tragica e trattano di argomenti modesti, legati alle cose quotidiane e di conseguenza adoperano ( come voleva il principio medioevale della congruenza tra tema e stile ) un lessico ed una sintassi vicini a quelli della lingua parlata. È infatti poesia comica in senso medioevale, una lirica mediocre sia negli argomenti che nei mezzi espressivi. Questi poeti fanno precise scelte stilistiche, come l’uso dell’ingiuria e il gusto per la parola forte e violenta, per l’aggressività verbale. Ma questi poeti non erano per niente inferiori agli altri, avevano semplicemente scelto di raccontare questi temi. I poeti comico-realistici sono espressione di un mondo nuovo e in continua evoluzione, il mondo mercantile della nascente società comunale  toscana e la rispecchiano rappresentandone la realtà quotidiana in tutti i suoi aspetti, persino quello politico.

Cecco Angiolieri  nacque a Siena intorno al 1260 e morì forse nel 1312, era di nobile famiglia. Fece una vita molto scapestrata e fu una delle personalità più forti del primo trecento.  Cecco è un uomo colto che fa la caricatura alla raffinata poesia stilnovista, nei suoi oltre 100 sonetti celebra i piaceri della vita. Il suo linguaggio è acceso e quasi plebeo, suscita meraviglia e poi magari si risolve in una battuta. La sua donna Becchina è il contrario di Beatrice.
La poesia di Cecco è destinata all’ascolto ed è scritta per fare colpo sull’ascoltatore. La poesia celebra:
la voglia di godersi la vita,
il desiderio di dominare il mondo,
il risentimento del poeta,
il gusto per la battuta,
la visione della donna come essere terreno e desiderabile,
l’aggressività verbale.
La strofa finale è la battuta risolutiva per dimostrare che il fine della poesia è solo comico: in una sola risata annulla le minacce fatte. Il poeta mostra una rabbia nei confronti di tutto e di tutti , la sua rabbia violenta è pronta a risolversi in una sghignazzata finale.
E’ un sonetto, rime: quartine incrociata (ABBA ABBA) terzine alternata (CDC DCD).

martedì 23 ottobre 2012

tanto gentile e tanto onesta pare



Temi e motivi
Chi non conosce l'amore di Dante per Beatrice, l'amore più famoso della letteratura italiana sbocciato a Firenze negli ultimi decenni del Duecento? Un amore cantato da Dante secondo quel raffinatissimo galateo amoroso del Dolce Stil Novo come in questo celebre sonetto dove un episodio di vita quotidiana, ambientato per le strade di una Firenze medievale, si trasfigura presto in apparizione ultraterrena, non più donna ma angelo, Beatrice diventa la prova dell'esistenza di Dio, autentico miracolo in terra (...e par che sia una cosa venuta da cielo in terra a miracol mostrare).
Unico fra i cinque sensi capace di cogliere lo spettacolo offerto da questa apparizione celeste è la vista: la bellezza, la nobiltà, l'umiltà della donna sono tali che gli spettatori restano ammutoliti. In una simile atmosfera incantata risulta evidente che l'amore di Dante per Beatrice altro non è che un mezzo di elevazione spirituale. La donna, priva di connotati fisici e di attributi terreni, diviene il tramite per raggiungere Dio. E' evidente che il sonetto è intriso di profonda religiosità in quanto in tal modo, Dante e gli stilnovisti conciliano l'amore terreno con quello divino. Nel sonetto a rime incrociate (composto da due quartine e da due terzine, le scelte lessicali sono fatte per per creare la giusta atmosfera del dolce stil novo) non viene descritto l’aspetto fisico di Beatrice, per renderla spirituale e capace di migliorare gli altri avvicinadoli a Dio.Gli altri, trovandosi al cospetto di lei, subiscono cambiamenti fisici e psicologici: ammutoliscono, abbassano lo sguardo, provano ammirazione e meraviglia. Anche i verbi “mostrasi” e “pare” sono utilizzati per eliminare quella fisicità della donna e renderla spirituale, degna di contemplazione.
Aspetti metrico-stilistici
Si tratta di un sonetto formato da quattordici endecasillabi divisi in due quartine e due terzine. Le rime sono incrociate nelle quartine (ABBA) e invertite nelle terzine (CDE-EDC). Particolarmente interessante l'allitterazione presente nel primo verso dove la ripetizione del termine "tanto" oltre ad una funzione musicale, ha anche quella di accentuare la funzione della donna. Da notare, inoltre, che non sempre il verso coincide con l'enunciato logico, come nei versi 1-2 dove per comprendere la frase bisogna passare al verso successivo. Questo procedimento detto enjambement consente particolari effetti espressivi, come in questo caso dove consente di attirare subito l'attenzione del lettore su due aggettivi "gentile" ed "onesta" che meglio caratterizzano le qualità di Beatrice (donna) quando saluta. Ci sono enjambements anche tra il 7-8 verso, il 12-13 verso. Il testo affida molti dei suoi effetti all’uso delle proposizioni consecutive: il sentimento d’amore, non viene espresso in forma diretta ma soltanto attraverso l’analisi di alcune reazioni che esso provoca nel “cor gentile”. La frequenza, infine, della congiunzione coordinante «e» conferisce al testo il ritmo lento tipico della contemplazione estatica. L'intercedere della donna tra gli uomini e gli effetti mirabili che ella produce erano stati già trattati all'esempio da Guinizzelli nel sonetto "Io voglio del ver la mia donna laudare" e da Cavalcanti in "Chi e' questa che ven?"

La Vita Nuova (1292-4) fu scritta quando Dante era già sposato con Gemma Donati dal 1285. Il matrimonio era stato combinato dalle rispettive famiglie: Dante aveva solo 12 anni e Gemma apparteneva a una delle famiglie guelfe più illustri di Firenze. Ma la Vita Nova è dedicata a Beatrice. Quando al secondo verso parla di "donna mia" egli può riferirsi a Beatrice (Bice di Folco Portinari) solo poeticamente, non solo perché entrambi erano già sposati coi relativi consorti ma anche perché Beatrice era già morta di parto nel 1290, a soli 24 anni.Nella Vita Nuova Dante dice di aver visto Beatrice solo due volte: a nove e a diciotto anni. Quando lei morì, lui, disperato, si mise a studiare filosofia e si rifugiò nella lettura di testi latini, scritti da uomini che, come lui, avevano perso una persona amata. La fine della sua crisi coincise con la composizione della Vita Nuova (intesa come "rinascita").
Nella Divina Commedia Beatrice subisce un processo di spiritualizzazione e viene riconosciuta come creatura angelica (secondo gli ideali stilnovistici): rappresenta la fede che accompagna Dante nel paradiso.
Che Beatrice sia stata per buona parte il frutto della fantasia di Dante è documentato anche da un Canto di un poeta provenzale, Raimbaut,  vissuto, prevalentemente in Italia, circa un secolo prima di Dante e che canta di Donna Beatrice nella penultima strofa in modo molte simile a quello di Dante. Dante, che conosceva il provenzale e i poeti provenzali, quasi cento anni dopo scrive di Beatrice: "Tanto gentile e tanto onesta pare/ la donna mia ...". L'incipit è identico, il sentimento che muove i poeti è lo stesso, gli echi stessi che il canto del provenzale sembra evocare si possono ritrovare nei versi di Dante. La critica ha visto in Beatrice una donna angelicata. Avrebbe anche dovuto vedere un intellettuale che stava sognando una città diversa da quella in cui viveva. Una città i cui valori dominanti non fossero quelli del denaro, della carica prestigiosa, del successo personale, ma appunto dell'onestà, della gentilezza, dell'umiltà, che al massimo potevano incarnarsi in una donna, ancora cristiana, certo non in un uomo, divenuto borghese.
Un intellettuale che non sa trovare il modo per migliorare i rapporti borghesi della sua città se non proponendo a modello una donna semplice, umile, che paradossalmente dovrebbe continuare ad avere ideali del mondo rurale pur essendo figlia e moglie di uomini dell'alta borghesia. Qui Beatrice assume le sembianze di Arrigo VII, un'altra utopia in cui ingenuamente credeva il Dante politico.
 

Tanto gentile e tanto onesta pare




Tanto gentil e tanto onesta pare
la donna mia quand'ella altrui saluta,
ch'ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l'ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d'umilta' vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi si' piacente a chi la mira,
che da' per li occhi una dolcezza al core,
che 'ntender no la puo' chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova
uno spirito soave pien d'amore,
che va dicendo a l'anima: Sospira.
                                                                              (Dante Alighieri da Vita Nova)

venerdì 19 ottobre 2012

Chi è questa che ven, ch’ogn’om la mira.





In questo sonetto viene messa in evidenza la contrapposizione tra la superiorità della donna che, avanzando, fa tremare persino l’aria intorno a sé, e la difficoltà, l’impotenza dell’uomo che vorrebbe descriverla, ma non ne è capace di fronte a tanta bellezza e nobiltà.
Tale incapacità viene evidenziata a livello stilistico: la prima quartina si presenta in forma interrogativa  ed esprime lo stupore per la donna che conduce con sé Amore. Nei versi successivi prevalgono espressioni di negazione per sottolineare ciò che l’uomo non è in grado di fare di fronte alla donna. L’autore considera l’amore come la massima opportunità che l’uomo ha di nobilitarsi, ma lo vede anche come un’esperienza tragica perché,in quanto passione, la ragione è incapace di dominarlo. Di grande rilevanza quindi il ruolo delle negazioni. I due ultimi periodi del sonetto (corrispondenti alle due terzine) iniziano con l’avverbio “non”; in due casi la negazione si riferisce al verbo “contare”: ne risulta una forte insistenza sull’impossibilità, per la parola poetica, di descrivere adeguatamente l’apparizione della donna. Con questa enunciazione di una poetica dell’ineffabile, Cavalcanti si colloca agli antipodi di Guinizzelli
L’argomento centrale, già guinizzelliano,  è la sublimazione e la lode della donna; la donna è una creatura superiore in grado di essere al di sopra delle menti umane e di modificare nel poeta la visione delle altre donne. Sono molti, sia sul piano tematico che su quello formale i riferimenti a “Io voglio del ver la mia donna laudare”. Sono presenti delle differenze, infatti, se è vero che la donna appare come una figura superiore, più che apparire come un vero e proprio angelo, la donna è qui presentata come una manifestazione sensibile dell’“umiltà” e della “beltate”: manifestazione dunque di due “virtù”, di altissimi ideali. L’apparizione della donna ha, a ben vedere, conseguenze paradossali. Da un lato essa è la manifestazione sensibile di un mondo ideale e perfetto, che può essere conosciuto solo intellettualmente. Dall’altro però proprio la sua apparizione impedisce all’uomo di trascendere la percezione sensibile, di elevarsi alla conoscenza intellettuale della “umiltà” e della “beltate”. È questa appunto l’eterna sconfitta dell’uomo innamorato: egli deve confessarsi incapace di conoscere queste “virtù” proprio nel momento in cui, in qualche modo, le “vede”.Appare chiaro che l’uomo sia destinato a questa sconfitta. In primo luogo, ce lo dimostra l’insistenza sull’impossibilità di rappresentare adeguatamente con la parola l’apparizione della donna: dapprima (vv. 3-4) essa toglie la parola agli uomini che la vedono; poi (v. 6) il poeta proclama la sua personale impossibilità di descrivere (“contare”) la sensazione prodotta dal suo sguardo; infine (v. 9) l’impossibilità di “contare” non è più solo dell’io lirico, ma diviene universale (“Non si poria contar”).
E’ un sonetto con rime incrociate, secondo lo schema ABBA, ABBA, CDE, EDC.
Sul piano lessicale, è da notare il frequente ricorso a sostantivi astratti (il latinismo “chiaritate”, “umiltà”, “ira”, il provenzalismo “piagenza”, e poi “virtute”, “beltate”, “salute”, “canoscenza”).
È presente un enjambement (vv. 3-4)
Livello retorico: personificazione dell'amore, paragone della donna con tutte le altre.

lunedì 19 marzo 2012

LE ORIGINI DELLA FIABA


La parola fiaba (dal latino fabula) significa narrazione e ci riporta a storie di origine antichissima e misteriosa. Le fiabe, che a prima vista possono sembra­re racconti semplici e quasi infantili, in realtà tramandano un patrimonio di saggezza e di conoscenze comuni a popoli anche lontani fra loro e profonda­mente diversi. Questi racconti meravigliosi sarebbero quindi l'espressione di una cultura che accomuna popoli anche molto diversi tra loro, quasi che la fantasia e i desideri dell'uomo si esprimano in maniera «simile» in ogni luogo e in ogni tempo. Forse proprio per queste somiglianze, le fiabe, anche di epoche e culture lontane da noi, con­tinuano ad affascinarci e a sorprenderci.
Gli studiosi hanno cercato di capire quale origine possano avere le fiabe, a quale esigenza, comune a tutti gli uomini, esse rispondano.   Una teoria particolarmente affascinante è quella elaborata dallo studioso russo Vladimir PROPP (1895-1970) che ha individuato un legame tra la fiaba ed i riti di passaggio delle società primitive di cacciatori.  In età preistorica questi riti simboleggiavano il passaggio dall'infanzia all'età adulta attraverso il superamento di alcune prove, proprio come accade ai protagonisti delle fiabe. Consideriamo ad esempio la par­tenza dell'eroe con cui solitamente iniziano le fiabe. Secondo Propp, questa funzione corrisponde pres­so i popoli primitivi allontanamento dei giovani dalla tribù durante il ri­to dell'iniziazione. Che cos'è l'iniziazione? È uno dei momenti più importanti all'inter­no della vita delle tribù primitive e ancor oggi si svolge presso alcune tribù isolate del continente africa­no e sud-americano. Il rito si celebra al sopraggiungere dell'adolescenza. Con esso i giova­ni di sesso maschile vengono intro­dotti nella comunità, di cui diven­gono membri effettivi; da quel mo­mento in poi possono anche sposarsi. Durante un periodo più o meno lungo i giovani vengono allontana­ti dai genitori e devono dimostrare di poter cavarsela da soli all'inter­no della foresta, saper fuggire i pe­ricoli ed essere in grado di soddi­sfare i propri bisogni. Questo allon­tanamento, presso alcune popolazioni, prende la forma simbolica di un «rapimento» ad opera dello stre­gone del villaggio, travestito da ser­pente. Al momento della partenza il giovane viene accompagnato dai consigli degli anziani oppure da di­vieti particolari. Al giovane che sta per diventare un vero uomo vengono affidati dei com­piti, che servono a dimostrare il suo coraggio agli occhi della tribù. Il giovane, prima di entrare nella foresta, invoca gli spiriti che la abi­tano e porta con sé piccoli amuleti o totem, che raffigurano solitamente degli animali i quali hanno la fun­zione di proteggerlo durante la sua impresa. Durante l'iniziazione si ritiene che il fanciullo muoia alla vita «vecchia» per rinascere come uomo nuovo. Subisce insomma la «morte tem­poranea» che viene simboleggiata attraverso un seppellimento o ad­dirittura delle mutilazioni, come il taglio di un dito. I riti, celebrati nel folto della foresta, erano circondati dal più fitto mistero.  Spesso ai ragazzi, condotti singolarmente in un luogo rituale, (al centro della foresta c'è di solito una capanna, la grande casa dove si svolgono i riti di iniziazione: per en­trarvi bisogna conoscere una for­mula, uno scongiuro, oppure com­piere sacrifici e gesti particolari; la capanna e la foresta sono i sim­boli del regno dell'oltretomba e chi vi abita, lo stregone, ne è il custode) venivano presentate situazioni pericolose o che incutevano paura; esperti stregoni somministravano loro sostanze speciali, con l'aiuto delle quali gli iniziati vive­vano esperienze di conoscenza di sé, dei propri limiti, delle proprie effettive capacità nella resistenza al dolore. Dopo il superamento delle prove, in cui aveva dimo­strato coraggio, tenacia e capacità di sopravvivere da solo, il ragazzo tornava al villaggio «trasformato»: era diventato adulto e aveva il diritto di sposarsi. Il rito spiega dunque come comportarsi, in che cosa credere, come chiedere l'aiuto di un'entità misteriosa o divina. Superando le prove del rito, il giovane viene ac­colto nella comunità e incomincia a partecipare attivamente alla vita sociale del villaggio e della tribù. Anche nelle fiabe classiche il bosco è di solito un luogo misterioso e pieno di pericoli, l'eroe deve superare difficili prove e spesso subisce una trasforma­zione che gli consente di sposare la giovane per cui ha lottato. Con il mutamento della società e delle abitudini di vita, questi riti non vennero più celebrati, ma ne restarono il ricordo e la narrazione. Sarebbe proprio questa, secondo Propp, la radice antichissima non solo delle più antiche forme di teatro, ma anche dei miti e delle fiabe stesse.
Un altro studioso, Bruno BETTELHEIM (1903-1992), uno psichiatra austriaco vissuto negli Stati Uniti, ha individuato nel mondo delle fiabe uno specchio delle difficoltà psicologiche che ogni essere umano deve affrontare per cre­scere, diventare se stesso, affrontare problemi e dolori. Le fiabe ci comunicano, dice Bettelheim, «che una lotta contro le gravi difficoltà della vita è inevitabile, è una parte dell'esistenza umana e che soltanto chi non si ritrae intimorito, ma affronta risolutamente difficoltà inaspettate e spesso immeritate può superare tutti gli ostacoli e alla fine riuscire vittorioso. Le fiabe ci pongono di fronte ai principali problemi umani.» 
Questo spiegherebbe anche il fascino e l'attrazione che le fiabe esercitano sui bambini di tutto il mondo.   Nelle fiabe essi vedono raffigurati fantasticamente i loro problemi, le paure, la difficoltà di diventare grandi. 
LE FUNZIONI DI PROPP
Vladimir Propp,  ha confron­tato molte fiabe e ha scoperto che in tutte è presente un numero limita­to di motivi o temi fissi. Sussistono cioè personaggi o situazioni che esercitano nel racconto funzioni precise. Queste sono l'impalcatura, la struttura di fondo su cui viene poi costruita tutta la storia e inoltre si susseguono in modo quasi sempre identico all'interno di fiabe anche molto di­verse. Non in ogni fiaba, comunque, sono presenti tutte le funzio­ni: talvolta ne compaiono solo alcune.
 Cominciamo dai personaggi-tipo: Propp ne ha identificati sette.
1. L'eroe: il protagonista della fiaba.  2. Il falso-eroe: il personaggio che si sostituisce all'eroe per ottene­re favori o riconoscimenti immediati. 3. L'antagonista: il nemico del protagonista, il «cattivo» che osta­cola l'eroe. 4. Il donatore: il personaggio che fornisce all'eroe i mezzi magici per vincere l'antagonista. 5. L'aiutante: il personaggio che aiuta l'eroe in diverse circostanze. 6. Il mandante: il personaggio che manda l'eroe alla ricerca di qualcosa o di qualcuno. 7. Il ricercato: il personaggio che deve essere raggiunto, liberato, salvato.
Questi personaggi tipo non sono necessariamente tutti presenti in ogni fiaba, ma soprattutto i più importanti, come l'eroe, l'antago­nista o il ricercato, possono essere ritrovati in moltissimi racconti.
Ecco ora uno schema delle situazioni ricorrenti (funzioni) identifi­cate da Propp.
1.Allontanamento (uno dei mEmbri della famiglia si allontana, oppure muore). 2. Divieto (si proibisce qualcosa all'eroe oppure gli si impone un ordine). 3. Infrazione (la proibizione viene infranta). 4. Investigazione (l'antagonista cerca di scoprire qualcosa o cerca informazioni sull'eroe). 5. Delazione (l'antagonista svela un segreto).     6. Tranello (l'antagonista cerca di ingannare l'eroe).
7. Connivenza-complicità (l'eroe cade nell'inganno e favorisce in­volontariamente l'antagonista). 8.Danneggiamento(l'antagonista provoca una sciagura o un danno a uno dei membri della famiglia; manca qualcosa  o viene il desiderio di qualcosa). 9. Mediazione (la sciagura o la mancanza sono rese note; all'eroe viene imposto un compito difficile; ci si rivolge a lui con una pre­ghiera o un ordine, lo si invia in qualche luogo). 10. Consenso dell'eroe. 11. Partenza dell'eroe. 12. Prova a cui è sottoposto l'eroe. 13. Reazione dell'eroe. 14. Fornitura del mezzo magico. 15. Trasferimento dell'eroe. 16. Lotta tra eroe e antagonista. 17. Marchiatura (l'eroe viene marchiato o reso riconoscibile con un segno sul corpo). 18. Vittoria sull'antagonista. 19. Rimozione della sciagura o mancanza iniziale.   20. Ritorno dell'eroe.  21. Persecuzione dell'eroe.     22. Salvataggio dell'eroe.
23. Arrivo in incognito a casa dell'eroe. 24. Pretese infondate del falso eroe. 25. Compito difficile imposto all'eroe. 26. Adempimento del compito. 27. Riconoscimento dell'eroe. 28. Smasche-ramento del falso eroe o dell'antagonista. 29. Trasfigurazione dell'eroe (l'eroe appare trasformato).
30. Punizione dell'antagonista. 31. Nozze dell'eroe o lieto fine.
          IL TEMPO E LO SPAZIO
| Una caratteristica costante della fiaba è la mancanza di indicazioni precise in relazione al tempo e allo spazio. Il tempo, infatti, in cui si svolgono le vicende è sempre indefinito, im­precisato.
Le formule consuete «C'era una volta...», «Tanti, tanti anni fa...», «Nei I tempi antichi...», «Una volta.;.», che rimandano a un passato lontano, vago, indeterminato, rendono ancor più misteriose e fantastiche le  vicende narrate e consentono al lettore di proiettarsi in un «tempo che non ha tempo» e di dare largo spazio alla propria immaginazione. La durata stessa delle vicende è spesso generica: potrebbero durare poche ore, come tanti giorni o tanti anni. Anche i luoghi delle fiabe sono generalmente presentati con povertà descrittiva, anch'essi risultano indeterminati, perché ciò che più inte­ressa nella fiaba sono le vicende e i personaggi. Questa indeterminatezza, imprecisione, indefinitezza contribuisce a creare un'atmosfera misteriosa, magica, fantastica.

IL LINGUAGGIO

Il linguaggio della fiaba è caratterizzato dalla presenza di:
• espressioni tipiche del linguaggio orale, quotidiano, informale.
Non dobbiamo dimenticare, infatti, che le fiabe erano racconti tra­smessi oralmente da una generazione all'altra.
• formule fisse iniziali e finali. (Ad esempio: «C'era una volta...», «... e vissero felici e contenti»)
• elementi ricorrenti che si ripetono sempre uguali, facili da tenere a memoria. (Ad esempio: formule magiche, filastrocche senza senso...)
• dialoghi frequenti che vivacizzano la narrazione.
• utilizzo di voci verbali coniugate al modo indicativo e al tempo imperfetto (usato più frequentemente in quanto è quello che esprime meglio l'idea di una azione passata, ma indefinita, non del tutto compiuta) passato remoto   (usato soprattutto per indicare azioni passate ac­cadute in momenti ben precisi) presente   (usato nei dialoghi).

     FIABE DELLA TRADIZIONE E FIABE D’AUTORE
 I primi scrittori-raccoglitori risalgono al Seicento.
• In Italia Giambattista BASILE (1575-1632) scrisse in dialetto napoletano cinquanta fiabe tradizionali nel suo Lo cunto de li cunti o Pentamerone.
• In Francia, sempre nel 1600, Charles PERRAULT (1628-1703) interpretò fiabe già esistenti scrivendo I racconti di Mamma l'Oca, tra cui sono famose: Cappuccetto rosso, II gatto con gli stivali, Cenerentola, La bella addormentata nel bosco.
• Un secolo dopo, nel 1700, si diffusero in Europa le famose fiabe de Le mille e una notte, una raccolta provenien­te dal mondo arabo, di cui conoscerai la storia di Aladino e quella di Ali Babà e i quaranta ladroni.
• Solo nel 1800, però, vi fu una diffusione straordi­naria dell'interesse per la fiaba e per la cultura popolare: fiorirono così raccolte di fiabe tradizionali in moltissimi Paesi.
• In Germania i più famosi scrittori di fiabe sono, stati Clemens BRENTANO (1778-1842) e i fratelli GRIMM, Jakob (1785-1863) e Wilhelm (1786-1859), che raccolsero un gran numero di fiabe della tradi­zione tedesca, tra cui  Hansel e Gretel, Pollicino o Raperonzolo.
• In Italia, Giuseppe  PITRÉ (1841-1916) studiò e raccolse le fiabe della Sicilia.
• Ai giorni nostri Italo CALVINO (1923-1985) ha racchiuso nel libro Fiabe italiane, del 1956,il suo paziente lavoro di ricerca e trascrizione delle fiabe scritte nei vari dialetti regionali del nostro Paese.
Molti scrittori si sono cimentati con il genere «fiaba», creando storie che naturalmente si ispirava­no alla tradizione, ma che avevano trame originali e personaggi inventati. Tra i più importanti ricordiamo il danese Hans Christian ANDERSEN (1805-1875), autore tra l'altro di II brutto anatroccolo, I cigni selvatici, La principessa, sul pisello; il siciliano Luigi CAPUANA (1839-1915); la to­scana Emma FE­RODI (1850-1918); l'irlandese Oscar WILDE (1854-1900).