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mercoledì 2 ottobre 2013
giovedì 8 novembre 2012
LA PRODUZIONE IN PROSA DEL DUECENTO
La prosa in volgare si affermò più
tardi della poesia, sicuramente perché la poesia veniva cantata o recitata ed
era comprensibile per tutti, la prosa invece aveva bisogno di lettori cioè di
persone di cultura, ma le persone istruite conoscevano bene il latino. La prosa
volgare nasce nella metà del ‘200, quando nei comuni italiani la borghesia sente
l’esigenza, anche per necessità pratiche, di possedere una cultura.
Così da un’esigenza pratica si
passò rapidamente a una ricca produzione letteraria. Abbondante è la produzione
in prosa del Duecento che, come quella in versi, è spesso in lingua latina o
francese. Lo stesso "Milione"
di Marco Polo, forse
l'opera più famosa di quel tempo, fu dal famoso esploratore dettata in lingua
d'oil al compagno di prigionia Rustichello
da Pisa; e sempre in prosa francese fu composto il
"Trésor", specie di enciclopedia, da Brunetto Latini (maestro di Dante), autore pure
dell'opera prosaica, benché in versi settenari a rima baciata, il "Tesoretto",in cui svolge
questioni dottrinali sulla creazione, sulla natura degli angeli, degli uomini,
degli animali, ecc.
Sempre di natura didattica sono le
numerose raccolte in volgare di sentenze e aneddoti, ma non mancano opere
storiche o romanzesche o narrative come il "Libro dei sette savi" e
il "Novellino".Tra le prose originali del Duecento si deve ricordate
il “Novellino".
Si compone di cento brevi racconti scelti durante il Trecento da una più vasta
raccolta composta da un anonimo o più autori fiorentini del Duecento. Dal libro
si evince che l'autore dové essere dotato di discreta cultura, di sana
moralità, di profonda conoscenza dell'animo umano, di buona capacità
espressiva, anche se il suo stile appare disadorno, eccessivamente essenziale,
e la sua sintassi oltremodo elementare. Le fonti del "Novellino" sono
le più varie, alcune riconoscibili (la Bibbia, Valerio Massimo, il "De civitate
Dei" di Sant'Agostino), altre no; ma gli spunti sono sempre rielaborati in
maniera personalissima. L’intento dell’autore è quello di offrire modelli di
vita e di comportamento. Il maggior pregio è la lingua schiettamente toscana.
Marco Polo nasce a Venezia nel 1254 da una famiglia di mercanti e viaggiatori. Intorno
al 12BO il padre e lo zio attraversano l'Asia centrale e giungono fino
all'Estremo Oriente, alla corte dell'imperatore dei Mongoli Kublai Khan, che li
tratta con cortesia e rispetto. Ritornati a Venezia, nel 1271 ripartono per
l'Oriente accompagnati dal giovane Marco: il ragazzo viene accolto benevolmente
dal Khan, che gli affida numerose missioni diplomatiche, consentendogli di
entrare in diretto contatto con
regioni sconosciute e nuove civiltà. Dopo diciassette anni trascorsi al servizio di Kublai
Khan, nel 1295 Marco Polo fa ritorno a Venezia, dove riprende l'attività di mercante. Partecipa alla guerra tra Genova e Venezia ma viene catturato nel corso della battaglia di Curzola (1298);
durante l'anno trascorso in prigionia detta a Rustichello da Pisa il racconto
dei suoi viaggi. Muore a Venezia nel 1324.
Inizialmente,
come già detto, il racconto dei viaggi di Marco Polo è scritto nella lingua d'oil, parlata
nella Francia settentrionale e diffusa in Europa quasi quanto il latino, e ha
come titolo Divisament dou monde (Descrizione
del mondo).
In seguito allo straordinario
successo ottenuto, l'opera viene tradotta in volgare
toscano e intitolata libro delle
meraviglie del mondo; il titolo Milione, con cui
noi la conosciamo, deriva dalla storpiatura del soprannome Emilione con cui
era nota la famiglia di Marco Polo. Il Milione è una
straordinaria rassegna di Paesi e di popoli asiatici tra cui spicca la dettagliata
descrizione della Cina settentrionale (Catai) e meridionale, del popolo mongolo
e del loro re Kublai Khan. Lo scopo dell'autore è suscitare la meraviglia
del lettore, mostrandogli le "gran diversitadi delle
genti' e allargando le conoscenze dell'epoca attraverso la
descrizione di paesaggi esotici, usi e costumi curiosi, diverse forme di vita
sociale e familiare, credenze e superstizioni. I destinatari del libro sono
tutte le persone che desiderano "sapere", e principalmente il ceto
mercantile, che trova nel volume nuovi stimoli culturali, oltre a
consigli e indicazioni per la pratica del commercio. La novità dell'opera sta
nel fatto che, rispetto ai resoconti di viaggio medievali, Polo basa la sua
narrazione sulla verifica dei fatti e sul principio
di osservazione diretta, distinguendo
tra ciò che ha visto personalmente e ciò che gli è stato riferito da altri.
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venerdì 19 ottobre 2012
Chi è questa che ven, ch’ogn’om la mira.
In
questo sonetto viene messa in evidenza la contrapposizione tra la superiorità
della donna che, avanzando, fa tremare persino l’aria intorno a sé, e la
difficoltà, l’impotenza dell’uomo che vorrebbe descriverla, ma non ne è capace di
fronte a tanta bellezza e nobiltà.
Tale
incapacità viene evidenziata a livello stilistico: la prima quartina si
presenta in forma interrogativa ed
esprime lo stupore per la donna che conduce con sé Amore. Nei versi successivi
prevalgono espressioni di negazione per sottolineare ciò che l’uomo non è in
grado di fare di fronte alla donna. L’autore considera l’amore come la massima
opportunità che l’uomo ha di nobilitarsi, ma lo vede anche come un’esperienza
tragica perché,in quanto passione, la ragione è incapace di dominarlo. Di
grande rilevanza quindi il ruolo delle negazioni. I due ultimi periodi del
sonetto (corrispondenti alle due terzine) iniziano con l’avverbio “non”; in due
casi la negazione si riferisce al verbo “contare”: ne risulta una forte insistenza
sull’impossibilità, per la parola poetica, di descrivere adeguatamente
l’apparizione della donna. Con questa enunciazione di una poetica
dell’ineffabile, Cavalcanti si colloca agli antipodi di Guinizzelli
L’argomento
centrale, già guinizzelliano, è la sublimazione
e la lode della donna; la donna è una creatura superiore in grado di essere al
di sopra delle menti umane e di modificare nel poeta la visione delle altre
donne. Sono molti, sia sul piano tematico che su quello formale i riferimenti a
“Io voglio del ver la mia donna
laudare”. Sono presenti delle differenze, infatti, se è vero che la
donna appare come una figura superiore, più che apparire come un vero e
proprio angelo, la donna è qui presentata come una manifestazione sensibile
dell’“umiltà” e della “beltate”: manifestazione dunque di due “virtù”, di
altissimi ideali. L’apparizione della donna ha, a ben vedere, conseguenze
paradossali. Da un lato essa è la manifestazione sensibile di un mondo ideale e
perfetto, che può essere conosciuto solo intellettualmente. Dall’altro però
proprio la sua apparizione impedisce all’uomo di trascendere la percezione
sensibile, di elevarsi alla conoscenza intellettuale della “umiltà” e della
“beltate”. È questa appunto l’eterna sconfitta dell’uomo innamorato: egli
deve confessarsi incapace di conoscere queste “virtù” proprio nel momento in
cui, in qualche modo, le “vede”.Appare chiaro che l’uomo sia destinato a
questa sconfitta. In primo luogo, ce lo dimostra l’insistenza
sull’impossibilità di rappresentare adeguatamente con la parola l’apparizione
della donna: dapprima (vv. 3-4) essa toglie la parola agli uomini che la
vedono; poi (v. 6) il poeta proclama la sua personale impossibilità di
descrivere (“contare”) la sensazione prodotta dal suo sguardo; infine (v. 9)
l’impossibilità di “contare” non è più solo dell’io lirico, ma diviene
universale (“Non si poria contar”).
E’
un sonetto con rime incrociate, secondo lo schema ABBA, ABBA, CDE, EDC.
Sul piano lessicale, è da notare il frequente ricorso a sostantivi astratti (il latinismo “chiaritate”, “umiltà”, “ira”, il provenzalismo “piagenza”, e poi “virtute”, “beltate”, “salute”, “canoscenza”).
È presente un enjambement (vv. 3-4)
Sul piano lessicale, è da notare il frequente ricorso a sostantivi astratti (il latinismo “chiaritate”, “umiltà”, “ira”, il provenzalismo “piagenza”, e poi “virtute”, “beltate”, “salute”, “canoscenza”).
È presente un enjambement (vv. 3-4)
Livello
retorico: personificazione dell'amore, paragone della donna con tutte le altre.
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giovedì 4 ottobre 2012
dal latino al volgare
La
lingua italiana deriva dal latino volgare. Devi sapere, infatti, che la
lingua latina presentava anticamente due forme: una forma letteraria o scritta
(latino letterario), usata dai dotti e dalle persone di condizione più
elevata; e una forma volgare o parlata (latino regionale o volgare),
usata dal volgo, ossia dal popolo e dalle persone meno colte. Ai tempi del
suo massimo splendore Roma aveva unificato il suo immenso impero sia da un
punto di vista politico-giuridico che linguistico: in una parola aveva imposto
ai popoli conquistati le sue leggi e la sua lingua. Ma la lingua che i coloni e
i soldati romani trasferivano nelle nuove terre non era di certo il latino
letterario, bensì quello volgare, cosicché su tutto il territorio dell'impero,
se da un lato era noto il latino letterario, usato per le più alte necessità
della vita politica e culturale, dall'altro fioriva il latino volgare che
logicamente, a contatto con le lingue originali dei popoli conquistati, andò
subendo inevitabili trasformazioni o alterazioni.
La
lingua attuale deriva dall'evoluzione del latino parlato attraverso i tempi,
arricchito di termini introdotti anche da popoli invasori (Goti, Longobardi, Franchi, Arabi). Sono nate così le
lingue neolatine ( nuove dal latino)
o romanze (romanice loqui parlare romano). L'italiano è una delle lingue
neolatine o romanze così come il francese, lo spagnolo, il portoghese, il
rumeno. Quando l'Impero romano cadde (476 d.C.), anche la lingua latina si
suddivise in tante lingue diverse: in Italia cominciò a formarsi una nuova
parlata, detta volgare perché utilizzata dal popolo (vulgus), diversa
in ogni regione, mentre il latino rimase la lingua ufficiale delle persone
colte e dell'espressione letteraria e giuridica almeno fino al XIII secolo. I primi documenti di queste nuove lingue risalgono
all'IX e X secolo.
In
Italia, fin dal IX secolo, abbiamo
esempi di documenti scritti in una lingua che non è più latina, ma che ancora
in qualche modo ricorda le forme del latino.
Il
più antico documento in tal senso è il seguente indovinello conservato
nella Biblioteca Capitolare di Verona, che risale a un periodo collocabile tra
l’VIII e il IX secolo.
Se
pareba boves, Spingeva innanzi i buoi (= le dita) alba pratalia araba, arava bianchi prati (= la carta) albo
versorio teneba, teneva un bianco aratro (= la penna) negro semen
seminaba seminava nero seme. (= l'inchiostro)
Questo
«Indovinello Veronese» allusivo all'atto dello scrivere è una chiara
testimonianza di come la lingua latina stia per trasformarsi in lingua
volgare. Ad esempio, i verbi latini parebat,
arabat, tenebat, seminabat nella lingua volgare si sono trasformati in pareba,
araba, teneba, seminaba. Nel testo sono presenti termini latini e altri
volgari. I termini latini sono concentrati nelle ultime due righe. I termini
volgari sono: pareba, araba, teneba, seminaba,
in cui si è avuta la caduta della t finale; negro derivato
dal latino nigrum(nero), in cui si è avuta la caduta della desinenza -um;
albo derivato dal latino album (bianco) in cui si è
avuto un cambiamento di vocale.
Il
primo documento però in cui appare chiaramente la contrapposizione del
volgare al latino e quindi la differenza delle due lingue è il Placito
di Capua o Placito Cassinense
del 960. Si tratta di una sentenza giudiziaria relativa a una contesa sorta
per il possesso di alcune terre fra il monastero di Montecassino e un certo
Rodelgrimo di Aquino. Il giudice Archisi nel suo verbale, redatto come d'uso in
latino, riporta la formula pronunciata dai testimoni per confermare il
possesso trentennale di una delle due parti. Tale formula, trascritta nella
lingua parlata dai testimoni, ossia nella lingua volgare, è la seguente:
Sao
ko kelle terre, per kelle fini que ki contene, trenta anni le possette parte
sancti Benedicti.
(So
che quelle terre, entro quei confini che qui si descrivono, le possedette per
trent'anni la parte, ossia il monastero, di San Benedetto.)
Dall'esame
della frase è facile constatare che la lingua usata, seppur mantenga qualche
traccia di latino (infatti sao deriva da scio (so); fini da fines, possette da possedit;
sancti Benedicti, poi, è un genitivo latino; ko è volgare poiché in latino
la congiunzione che non esiste; kelle
è volgare, significa quelle -in latino si diceva illae- ), è
nettamente “volgare”. Siamo dunque in presenza del primo documento in
volgare italiano. I primi scritti in volgare nascono quindi da esigenze
pratiche (testi giuridici) o sono trascrizioni di testi popolari (scongiuri,
indovinelli, ecc.). tuttavia fino al XIII secolo il volgare rimane
sostanzialmente una lingua orale.
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