mercoledì 3 ottobre 2012

DOPO IL MEDIOEVO L’EROE SI TRASFORMA





L’eroe dell’epica medioevale è il cavaliere “senza macchia e senza paura”, che combatte in difesa della fede cristiana, della patria, della giustizia. I poemi medioevali rispecchiano senz’altro la realtà sociale e culturale che li ha creati, centrata sulla figura del cavaliere considerato un campione della fede e un difensore delle cristianità contro gli infedeli.
Dopo il periodo medievale, l’ideale cavalleresco sopravvisse, ma fu lentamente svuotato del suo valore fino a ridursi, nelle corti rinascimentali, a pura esteriorità. Nel 1400-1500 con l’affermazione della civiltà umanistica e rinascimentale, la figura del cavaliere si trasforma. Egli ora, nei poemi epici, non viene più rappresentato come l’eroe per eccellenza, il depositario di tutte le virtù, bensì come un uomo, con le  debolezze, le passioni tipiche degli altri uomini. D’altra parte tale trasformazione riflette la nuova realtà e mentalità del Rinascimento, attenta a valorizzare l’uomo e i suoi sentimenti. In questo periodo inoltre la materia cavalleresca intende soddisfare le esigenze di una società aristocratica di gusti ricercati, più facile a entusiasmarsi per le narrazioni di amore e avventura, che per le vicende di guerra e di dedizione al dovere.  Nelle corti rinascimentali si continuavano ad ascoltare storie che avevano per protagonisti i cavalieri; non più però per esaltarne gli alti ideali, ma per divertire i nobili con il racconto delle loro strabilianti avventure. Ormai in quell’epoca, in cui cominciavano a diffondersi le armi da fuoco, la figura del cavaliere apparve definitivamente tramontata e con essa gli ideali a cui si ispirava.  Gli scrittori del XV e del XVI secolo capirono tale declino e lo descrissero nelle loro opere – che riprendevano i racconti epico-cavallereschi medioevali – ora con ironia, come Ludovico Ariosto nel suo Orlando Furioso; ora con nostalgia, come Torquato Tasso nella Gerusalemme Liberata; ora con ironia e nostalgia insieme, come lo spagnolo Miguel de Cervantes nel suo Don Chisciotte.
Ecco allora che Orlando, paladino di Francia, protagonista dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, non è più rappresentato come un valoroso difensore della fede, ma come un cavaliere che lascia il campo cristiano di Carlo Magno e la difesa di Parigi, travolto dalla passione amorosa per la bellissima Angelica, figlia del re del Catai.
Nella Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso, invece, il cavaliere torna ad essere l’eroe animato da forti ideali religiosi, anche se tormentato de passioni terrene. Infine nel 1600 il Don Chisciotte dell’autore spagnolo Miguel de Cervantes segna la definitiva scomparsa del cavaliere medioevale. Don Chisciotte non è altro che una patetica figura di cavaliere che vive “da folle” avventure appartenenti a un mondo ormai passato.
Anche nei tre romanzi di Italo Calvino, del 1959,  che compongono il ciclo dei “Nostri antenati”: “Il visconte dimezzato”, “Il barone rampante”, “Il cavaliere inesistente”; la figura del cavaliere medioevale è svuotata e quasi ridicolizzata. Il visconte dimezzato racconta di un valoroso cavaliere di Carlo Magno, Agilulfo, sempre pronto a combattere "per la santa causa", cioè per cristianizzare tutto il mondo attraverso le Crociate. Indossa una lucida armatura bianca, è incline alla perfezione e alla nobiltà d'animo, sempre pronto a risanare i torti, pieno di spirito e razionalità che però ha un unico difetto: non esiste! Ha una voce metallica e meccanica, è molto freddo, pignolo e perciò spesso abbastanza impaziente; è molto sincero, dice sempre la verità poiché è incapace di dire il falso. Inizialmente è molto razionale e calcolatore, pian piano riesce però a “umanizzarsi”, scoprendo di avere anch'egli dei sentimenti. Con questo libro Calvino ha voluto farci riflettere sulla condizione dell’uomo e su alcuni aspetti della realtà del nostro tempo: l’uomo d’oggi, infatti, privo d’identità, quasi inesistente, si può identificare nella figura del cavaliere inesistente. L’uomo appare di fatto incerto, insicuro, perplesso, privo di sicurezza, è vuoto dentro com’è vuota la bianca armatura d’Agilulfo. Altri temi che si possono trarre dal libro sono quello della ricerca di sé, quello della formazione dell’essere, quello del trovare il senso della vita nella realizzazione di un ideale e quello della guerra. Ma il tema fondamentale è certamente quello che non può esistere solo un’anima senza corpo, come Agilulfo o un corpo senz’anima, come Gurdulù. Solo attraverso l’unione di questi due importantissimi elementi si può parlare di vita. La figura di Rambaldo è il punto d’unione di questi due personaggi: egli, infatti, agisce secondo il corpo e si lascia guidare dalla sua anima. Morale di tutta la storia, “ ad essere s’impara”. Calvino ci narra le vicende di questo paladino, delle sue avventure  tra Francia, Scozia e Marocco e, dei suoi compagni di viaggio: la bella Bradamante (che si scoprirà poi essere la narratrice del romanzo), innamorata del cavaliere inesistente;  l’infuocato Rambaldo desideroso di vendicare il padre morto in battaglia; il giovane Torrismondo, alle prese con la ricerca dei Cavalieri del Sacro Graal e, lo scudiero di Agilulfo, Gurdulù. Nella caratterizzazione di questo personaggio viene palesata la genialità di Calvino: questi è infatti all’opposto del cavaliere inesistente. Gurdulù è un pazzo con il quale è praticamente impossibile avere qualsiasi tipo di comunicazione; lui, al contrario di Agilulfo, esiste, ma non sa di esserci. Il tutto viene descritto alla maniera di Calvino, in un Medioevo fiabesco, pregno di ironia e di grandi temi affrontati con la leggerezza di chi è capace di raccontare davvero.
Questo racconto vuole in realtà rappresentare una realtà sociale, cioè la conquista dell’essere, oggi divenuta molto difficile visto tutti i modelli che ci vengono proposti. Agilulfo che in verità era “vuoto” rappresenta la società di oggi, in cui l’uomo è sempre più “vuoto”, più superficiale e attaccato alle cose frivole come se fosse privo di qualcosa: ma non di qualcosa di piccolo ed insignificante ma probabilmente quello che si va sempre più dimenticando sono i valori fondamentali e basilari come lo può essere importante e basilare un corpo per un cavaliere. L’autore quindi, ci parla dell’uomo moderno, della sua solitudine e della totale impossibilità di autenticità. Temi come quello delle maschere, dell’inconsistenza, delle nevrosi corrono per le pagine di questo romanzo insieme a saraceni e paladini, a conventi e a giochi di parole; parole  mai difficili ma usate con la maestria di chi sa bene come farci venire voglia di girare pagina fino alla fine. Citando lo scrittore stesso:  “la pagina ha il suo bene solo quando la volti e c’è la vita dietro che spinge a scompigliare tutti i fogli del libro. La penna corre spinta dallo stesso piacere che ti fa correre le strade

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