sabato 17 marzo 2012

La mia sera




Il giorno fu pieno di lampi;
ma ora verranno le stelle,
le tacite stelle. Nei campi
c'è un breve  gre gre di ranelle.
Le tremule foglie dei pioppi
trascorre una gioia leggiera.
Nel giorno, che lampi! che scoppi!
Che pace, la sera!

Si devono aprire le stelle
nel cielo sì tenero e vivo.
Là, presso le allegre ranelle,
singhiozza monotono un rivo.
Di tutto quel cupo tumulto,
di tutta quell'aspra bufera,
non resta che un dolce singulto
nell'umida sera.

E', quella infinita tempesta,
finita in un rivo canoro.
Dei fulmini fragili restano
cirri di porpora e d'oro.
O stanco dolore, riposa!
La nube nel giorno più nera
fu quella che vedo più rosa
nell'ultima sera.

Che voli di rondini intorno!
Che gridi nell'aria serena!
La fame del povero giorno
prolunga la garrula cena.
La parte, sì piccola, i nidi
nel giorno non l'ebbero intera.
Nè io ... che voli, che gridi,
mia limpida sera!

Don ... Don ... E mi dicono, Dormi!
mi cantano, Dormi! sussurrano,
Dormi! bisbigliano, Dormi!
là, voci di tenebra azzurra ...
Mi sembrano pianti di culla,
che fanno ch'io torni com'era ...
sentivo mia madre ... poi nulla ...
sul far della sera.

NOTE

tacite stelle = la scelta di questo aggettivo è volta a sottolineare il contrasto tra il fragore della tempesta e la quiete della sera, ben rappresentata dalla suggestione del cielo stellato.
gre gre = onomatopea. Il dato sonoro, il festoso gre gre delle rane, va ad aggiungersi a quello visivo.
tremule foglie = l'idea della leggera brezza viene resa attraverso il vibrare delle foglie dei pioppi e contribuisce a trasmettere un senso di gioia e di serenità.
trascorre = percorre.
aprire = le stelle devono sbocciare, quasi come corolle di fiori, in un prato celeste, Tenero e vivo il sereno ha una trasparenza così limpida (tenero) da parere vivo.
singhiozza = la natura viene umanizzata. In questo caso non è il singhiozzare del pianto ma ciò che rimane alla fine del pianto, è il residuo del pianto quando il dolore è già superato.
di tutto quel cupo tumulto,di tutta quell'aspra bufera = di tutto quel rumore violento, di tutta quell'impetuosa bufera,
più rosa: quasi a significare che  anche i più forti dolori si tramutano in dolcezza, perché hanno reso l'anima più pura.
un dolce singulto = il dolce singhiozzo del ruscello che è un canto (rivo canoro). E' il rivo che in precedenza (v.12) era citato come singhiozzante ed ora il canto delle rane ha assorbito il suo lamento.
fragili = è un aggettivo di suono ripreso dalla poesia latina (Ovidio, Virgilio, Lucrezio), è un latinismo poetico che richiama fragor "rumore che fa una cosa rompendosi", l'accezione è metaforica: tanto rumore e così effimero. I fulmini per la loro momentanea durata, il loro breve zig-zag nel cielo, diventano simbolo di fragilità e precarietà.
Cirri = tipi di nuvole. Dei fulmini resta solo il loro riverbero dorato nelle nuvole.
La nube che gli appariva, nel corso della vita (nel giorno) più tempestosa (nera), ora nella vecchiaia (nell'ultima sera) gli appare la più rosea. Col passare degli anni anche i dolori più forti si addolciscono attenuandosi.
la garrula cena =la cena delle rondine, piena di gridi. Il garrire è il verso dei pulcini che hanno fame e pigolano con insistenza. Durante il giorno gli uccelli non hanno potuto volare e procurarsi il cibo e solo con il sereno possono farlo, quindi, dopo aver dovuto aspettare, ora la cena è più festosa e più lunga.
La parte...intera = la porzione di cibo, già piccola, i piccoli nei nidi non l'ebbero intera durante il giorno.
Né io = E nemmeno io...Il simbolismo diventa qui apertamente autobiografico: la vita di Pascoli è stata come la giornata di queste rondini, anche la vita del poeta non gli diede quel tanto di felicità a cui aveva diritto ma dopo le ansie e i dolori (voli, gridi) ora finalmente con la limpida sera sopraggiunge il sereno, la tranquillità ed il poeta può assaporare e gustare la pace conquistata dopo tante tempeste.
Don ... Don ...= onomatopea, il suono delle campane serali sono le voci delle tenebre che Pascoli definisce azzurre perché il loro suono si effonde nel cielo e ne richiama il colore (tenebra azzurra del cielo).
com'era = fanciullo. sentivo mia madre ... poi nulla : riemergono nella memoria del poeta ricordi e impressioni dell'infanzia lontana.

 

Commento
Notizie sul poeta: La poesia La mia sera é stata scritta nel 1903 da Giovanni Pascoli ed é tratta dalla raccolta “Canti di Castelvecchio”.
Parafrasi:
Durante il giorno ci furono molti lampi ma ora verranno le stelle, le silenziose stelle. Nei campi c’è un breve gre gre prodotto dalle rane. Una brezza leggera fa tremare, come un brivido di gioia, le foglie dei pioppi. Nel giorno, che lampi! Che scoppi! (Invece) che pace la sera!
Devono sbocciare le stelle nel cielo così tenero e dolce. Là, vicino alle allegre rane, un ruscello scorre producendo un gorgoglio simile ad un singhiozzare sempre uguale. Di tutto quel rumore violento, di tutta quell'impetuosa bufera, non resta che un dolce singhiozzo nella sera umida. Quella tempesta che sembrava non finire mai, è terminata in un ruscello che ora produce un suono melodioso. Al posto dei fulmini restano delicate nuvolette colorate di porpora e d'oro. O dolore stanco , placati! La nuvola che durante il giorno appare più carica di tempesta è la stessa che vedo più rosa quando la sera sta per finire. Che bello ammirare il volo delle rondini intorno! Che bello udire i rumori nell'aria serena! La fame patita durante il temporale rende la cena più lunga e festosa. La loro porzione di cibo, nonostante fosse così piccola, i rondinotti durante il giorno non l'ebbero per intero. Nemmeno io... e dopo le ansie e i dolori, mia limpida sera! Don... Don... Le campane mi dicono, Dormi! Mi cantano, Dormi! Sussurrano, Dormi! Bisbigliano, Dormi! Là le voci del buio azzurro della notte... Mi sembrano canti di culla, che mi riportano all'infanzia... sentivo mia madre... poi nulla... sul far della sera.
Argomento: racconta di una sera dopo il temporale dal punto di vista del "fanciullino". Di fronte allo spettacolo della natura rinfrescata dal temporale e in cui pullulano mille vite canore, il Poeta si sente in armonia e si domanda che ne sono dei dolori e delle acerbità del passato. Adesso anch'essi si sono acquietati e dormono in un’atmosfera di affetti ed emozioni intime. Il tutto viene ricondotto al caldo e rassicurante legame con la madre.
Si possono distinguere due parti: la prima dal verso 1 al 20 che è rivolta a rappresentare la natura rasserenata mentre la seconda è incentrata sulla corrispondenza tra la vicenda del giorno che si è serenamente concluso dopo la tempesta e la vicenda biografica, dove al passato tumultuoso è seguito la serenità della fase conclusiva della vita, che può anche suggerire l'idea della morte.
L’autore immagina una sera estiva dopo un temporale e descrive le silenziose stelle e i campi, nei quali si sentono le rane, mentre arriva la quiete della sera. Con questa poesia l’autore vuole fare un paragone tra il temporale e la pace della sera, cioè paragona il temporale alla vita travagliata (perdita del padre e della madre) e la sera ad un momento di pace della sua vita.
Tema: il poeta attraverso la similitudine della giornata burrascosa vuole spiegare la sua vita difficile e farci capire che solo adesso ha trovato la pace.
Messaggio: il poeta prova serenità e pace, dopo tanti dolori anche per lui come per le rondini arriva il momento di stare meglio Inizia come la quiete dopo la tempesta di Leopardi ma La mia sera del Pascoli termina con una notazione autobiografica, con la rievocazione, cioè, dell'infanzia e della madre, che cullava dolcemente il poeta: è una conclusione, quindi, tutta individuale e personale.
Linguaggio poetico:
Questa poesia é suddivisa in 5 strofe di 8 versi ciascuna.
I versi sono tutti novenari tranne gli ultimi di ogni strofa che sono senari e sono chiusi sempre dalla parola sera. Anafora.
La rima é alternata e segue principalmente lo schema ABABCDCD; però non tutte le strofe (es: 3°strofa) seguono questo schema. Sul piano fonico l'intera poesia è fra le più notevoli del Pascoli.
 Nel 3 verso c’è una sinestesia “tacite stelle” perché le stelle non possono essere silenziose e il poeta con questa espressione vuole indicare la tranquillità di quando in cielo ci sono le stelle ossia durante la sera. In alcuni testi è una metafora Enjambemant tra 3-4 e 5-6
Nel verso 4 c’è un onomatopea “breve gre gre di ranelle”, con questa espressione il poeta crea molta musicalità e inoltre con l’allitterazione della lettera r rende il suono più cupo, più dolce e più acuto.
Verso 19 ossimoro (“..fulmini fragili...”)
Verso 20 nota ancora l'allitterazione cirri di porpora e d'oro Enjambemant tra 19 e 20
Verso 21 metonimia (“..stanco dolore...”). Enjambemant tra 27-28
Nel verso 29 c’è una sineddoche “i nidi” perché con l’espressione nidi lui si riferisce ai rondinotti che stanno dentro i nidi. Enjambemant tra 29 e 30
Nel verso 32 c’è un onomatopea “don….don” che riproduce il suono delle campane
Enjambemant tra 34-35
Nel verso 36 “voci di tenebra azzurra” è un’onomatopea (voci) unita con sinestesia (l’insieme di due sensi; vista e udito) e con un ossimoro (tenebra azzurra) e una metafora (indicano le voci della morte). Là, voci di tenebra azzurra: analizziamo questa preziosa sinestesia inserita all'interno dell’analogia campane-voce. Le voci di tenebra azzurra sono infatti quelle delle campane che suonano nell'aria serale del tramonto, che non è ancora nera di tenebre, ma non è certamente luminosa come l'azzurro del ciclo diurno.






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