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domenica 21 ottobre 2012

Fu la prima donna capo di governo in un paese musulmano



Fu la prima donna capo di governo in un paese musulmano

ISLAMABAD

Benazir Bhutto era nata a Karachi il 21 giugno 1953. Era la figlia del deposto primo ministro pakistano, Zulfikar Ali Bhutto, fatto giustiziare dal generale Muhammad Zia-ul-Haq nel 1979. A 35 anni è stata la più giovane e la prima donna a diventare capo di governo in un Paese musulmano nell’era moderna con l’impegno di battersi per promuovere i diritti civili. Primo ministro pakistano dal 1988 al 1990 e dal 1993 al 1996, per due volte è stata costretta a dimettersi per scandali di corruzione di cui si è sempre professata innocente.
Nel 1999 ha lasciato volontariamente il Paese, per un esilio che sarebbe durato otto anni. A luglio 2007 l’ex primo ministro aveva intavolato una trattativa con l’attuale presidente pakistano, il generale Pervez Musharraf, per una divisione dei poteri nel Paese. Grazie a un’amnistia, Bhutto era rientrata nel Paese. Il provvedimento era stato preso da Musharraf nell’ambito di un’intesa che ha garantito a quest’ultimo di diventare per la terza volta presidente del Pakistan.

Mai più attacchi con l’acido sulle donne





 L’appello dalla sessione del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, per le vittime di una violenza disumana
 Sfigurata a vita. La pelle del viso accartocciata. I suoi occhi, salvi per miracolo, sono lucerne in questa faccia erosa dall’acido. “La faccia è la nostra identità. Le donne che vengono colpite dall’acido la perdono”. Amina inizia così il suo racconto. E’ arrivata dal Bangladesh fino alla sede dell’Onu di Ginevra, lo scorso 15 settembre. Un viaggio di 24 ore per raccontare la sua storia al Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite. E’ una delle vittime degli attacchi con l’acido che colpiscono centinaia di donne nel suo Paese senza che la comunità internazionale muova un dito. Amina aveva sedici anni quando è stata colta di sorpresa da una secchiata di acido: “Era notte, mi recavo nel bagno esterno della mia casa nella campagna che dista pochi chilometri da Dacca, la capitale”. Autore di quest’atrocità, un pretendente ferito nel suo orgoglio perché respinto: “Non volevo sposarlo, per questo ha reagito così, come molti altri uomini fanno nei confronti delle donne che rifiutano di obbedirgli”. Secondo la Acid Survivors Foundation, associazione che si occupa dal 1999 del caso di Amina e delle tante come lei, gli attacchi al vetriolo hanno raggiunto quota 146 in Bangladesh nel 2009. E l’elenco è ancora maggiore se si considerano i casi non denunciati. “Gli attacchi non hanno solo luogo in Bangladesh ma colpiscono vittime in altri paesi tra cui Afghanistan, Cambogia, Pakistan, Uganda“, afferma Munira Rahman, Direttrice Esecutiva dell’associazione, “e le cause troppo spesso riguardano la proprietà di case o terra (39 per cento), la violenza domestica in genere (31 percento), il rifiuto matrimoniale femminile (17 per cento). Inoltre troppo spesso è la casa il luogo privilegiato dai torturatori”. Torturatori, si. Perché anche se l’Assemblea Generale dell’Onu ancora non si è ufficialmente pronunciata in merito, “l’attacco con l’acido è una forma di tortura che deve essere considerato e punito come tale”, sostiene con forza Lois Herman, coordinatrice del Network dei Report delle Donne delle Nazioni Unite (Wunrn) - che monitora costantemente lo stato delle discriminazioni di genere nel mondo. Questa e altre organizzazioni come la Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà (Wilpf), anch’essa presente con una delegazione alla 15° sessione del Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, intendono far pressione sull’Assemblea Generale perché si pronunci a favore dell’equiparazione tra gli attacchi con l’acido e la tortura e perché la Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di violenza sulle donne (1979) sia efficace di fatto e non solo sulla carta. Va precisato, poi, che questo tipo di attacchi, espressione della più cieca brutalità patriarcale, “non dipendono da alcuna religione e provare a giustificarli in base ad una fede è pura mistificazione”, ricorda Amina. Insomma: ancora una volta il patriarcato sfoga la sua natura più becera su donne colpevoli soltanto di affermare con decisione la propria volontà. La testimonianza di Amina lascia impietrita la platea accorsa al Consiglio sui Diritti Umani a Ginevra. Qualcuno osa chiederle una foto, e lei si presta al gioco della rappresentazione per testimoniare la barbarie. Lo fa con pudore, accennando un sorriso a chi timidamente le propone uno scatto. “Per rendersi conto della tragedia non c’è altro modo che vedere”, dice con un sorriso pacato, “bisogna denunciare, anche così. Bisogna anzi urlare al mondo che è in atto una guerra silenziosa di cui nessuno parla. E bisogna fare rete, abbiamo bisogno di tutti i tipi di sostegno”. Perché la violenza sulle donne cessi. Perché non resti inosservata. Perché gli uomini la smettano di prendersela con le donne. Perché capiscono che farlo non li renderà di certo più machi. Semplicemente dei mostri.

Pakistan, rapporto shock sulla condizione delle donne nel nord-ovest del Paese





 Un’associazione ha raccolto le testimonianze di terribili abusi e violenze – Un rapporto dell’associazione che difende i diritti umani Khwendo Kor, “casa delle sorelle” in lingua pashtu, finanziato dalle Nazioni Unite, racconta gli orrori a cui sono sottoposte le donne nei distretti tribali pashtun nel nord-ovest del Pakistan. I risultati della ricerca sono stati pubblicati oggi dal quotidiano The Express Tribune.
Le operatrici dell’associazione hanno raccolto le testimonianze delle donne che vivono nei campi profughi allestiti dai militari per gli sfollati dalle aree teatro di scontri tra ribelli islamici ed esercito pakistano. Ne emerge una condizione femminile allarmante: prestazioni sessuali estorte in cambio di cibo, violenze, matrimoni forzati e delitti d’onore. In questi campi, le donne sole, vedove o nubili, diventano le vittime privilegiate di ogni abuso maschile.
L’indagine contiene innumerevoli testimonianze di violenze gratuite, come quella di una ragazza che ha raccontato che un gruppo di talebani hanno tagliato il seno a una donna che stava allattando e hanno costretto le donne presenti a mangiarne i pezzi.
La cosiddetta Federazione di aree tribali (Fata), situata lungo il confine con l’Afghanistan e considerata la roccaforte del terrorismo islamico internazionale, è un’area caratterizzata da una profonda arretratezza economica e dalla presenza di folti gruppi talebani. Qui le donne non hanno diritto né alla proprietà né a rivolgersi ad un tribunale e gli abusi maschili sono ben radicati nella mentalità tradizionale.

Pakistan, 675 donne uccise nel 2011 per questioni di ”onore”





In Pakistan, secondo la Human Right Commission of Pakistan, almeno 675 donne e ragazze sono state ammazzate nei primi nove mesi del 2011 per aver disonorato le proprie famiglie. Tra le vittime, 71 avevano meno di 18 anni.
Questo tipo di delitti avvengono nelle comunità dove il concetto di onore e vergogna è strettamente legato ai comportamenti sia individuali sia delle famiglie, in particolare delle donne. Sono le assemblee tribali locali a decidere se una donna è una ‘kari‘, letteralmente ‘donna con macchia’.
Circa 450 donne uccise quest’anno tra gennaio e settembre hanno perso la vita perché accusate di avere avuto ‘relazioni illecite’ e 129 di essersi sposate senza permesso.
L’unico modo per ristabilire l’onore della famiglia è quello di uccidere la ‘kari‘. Secondo la HRC, 19 sono state uccise dai propri figli, 49 dal proprio padre, e 169 dai mariti.


I Buddha di Bamiyan




Nel marzo 2001 i talebani ordinarono la distruzione delle due statue del Buddha scolpite sulle pareti di roccia nella valle di Bamiyan, una alta 38 m e vecchia di 1800 anni, l'altra alta 53 m e vecchia di 1500 anni. L'azione fu condannata dall'UNESCO e da molte nazioni di tutto il mondo, compreso l'Iran.

L'azione - in palese contraddizione con un precedente restauro dei due capolavori, attuato dal governo talebano - fu giustificata con l'intenzione di distruggere idoli, nonostante la plurisecolare e stratificata tradizione islamica di non eliminare tracce di passate culture religiose, specialmente se valide sotto un generale profilo culturale.
La distruzione delle statue del Buddha a Bamiyan sembra quindi ricollegabile alle forti polemiche col mondo occidentale (particolarmente attento ai valori dell'arte, sacra o profana) e alle tensioni derivanti dalla politica dell'ONU collegata alla produzione dell'oppio in Afghanistan.


Le donne




La politica dei talebani prevedeva la proibizione del lavoro femminile e l'esclusione delle ragazze da forme di istruzione mista.
Un rapporto dell'UNESCO dichiarò che: «L'editto dei talebani sull'educazione femminile ha portato ad un calo del 65% nelle loro iscrizioni. Nelle scuole gestite dal Direttorato dell'Educazione, solo l'1% degli studenti è composto da ragazze. Anche la percentuale di insegnanti donne è scivolata dal 59,2 per cento del 1990 al 13,5 per cento del 1999».
Un portavoce dei talebani sostenne che: «Le strutture sanitarie per le donne sono aumentate del 200% durante l'amministrazione dei talebani. Prima che il Movimento Islamico dei talebani prendesse il controllo di Kabul, c'erano solo 350 letti negli ospedali della città. Attualmente ci sono più di 950 letti per le donne in ospedali a loro riservati».
I sostenitori dei talebani suggeriscono che la depressione e gli altri problemi che affliggevano le donne afgane erano il risultato della estrema povertà, degli anni di guerra, dell'economia disastrata, e del fatto che molte si trovavano ad essere vedove di guerra, e non potevano più provvedere alle loro famiglie senza qualche forma di aiuto internazionale.
Per uscire di casa dovevano utilizzare il burqa, un abito spesso e molto lungo che copre tutto il corpo fino ai piedi, e lascia solo una piccola reticella davanti agli occhi per vedere. Le bambine dovevano usare il chador, un velo che copre solo il capo. Le donne per uscire di casa dovevano essere accompagnate da un uomo.

Chi sono veramente i Talebani?




Nel 1979 con l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’URSS, gli Stati Uniti e il Pakistan hanno finanziato scuole coraniche per formare una valida opposizione al regime comunista: da quest’esperienza si sono formati i Talebani (che in lingua pashtu significa "studenti").
Nel 1994 i Talebani sono riusciti ad occupare e conquistare le regioni meridionali dell’Afghanistan.
Hanno preso Kabul nel 1996 ed hanno costretto le autorità, il presidente Rabbani e le forze di Messud ad andare via. Così sono riusciti a salire al governo.
Oggi governano il paese attraverso il loro leader Mullah Mohamed Omar e controllano il 90% del territorio afghano. La Sharia, ossia le leggi del Corano, è la fonte ispiratrice per il governo e per l’amministrazione della giustizia di questo paese. I Talebani si fanno chiamare studenti, ma in realtà sono analfabeti: a scuola imparano a memoria i testi sacri senza conoscerne il significato; Osama bin Laden parla solo il pashtu, ma trova molte difficoltà a scriverlo; amministra i soldi dello stato, che per lo più derivano dalla vendita di pasta di oppio, e li conserva in una cassetta sotto il suo letto.
L’Afghanistan è tornato indietro con il tempo, è tornato al VII – VIII secolo d. C.; i suoi abitanti non sono più liberi, sono state abolite le feste, anche quelle di matrimonio, la televisione e le radio (esiste solo una radio che per il 90% trasmette versetti del Corano); le donne non possono portare le scarpe con i tacchi, perché distolgono e provocano gli uomini, e non possono andare a scuola; i bambini non possono far volare gli aquiloni; sono state introdotte pene quali l’amputazione degli arti.



La grande lezione di Malala




Gli Obiettivi di Sviluppo del Millennio sono 8 punti che i 191 paesi membri delle Nazioni Unite si sono impegnati a realizzare entro il 2015, questi obbiettivi sono:
Sradicare la povertà estrema e la fame
Rendere universale l'istruzione primaria
Promuovere la parità dei sessi e l'autonomia delle donne
Ridurre la mortalità infantile
Migliorare la salute materna
Combattere l'HIV/AIDS, la malaria ed altre malattie
Garantire la sostenibilità ambientale
Sviluppare un partenariato mondiale per lo sviluppo
Come ho riportato spesso nei miei articoli, il SIPRI (Istituto di Ricerche per la Pace di Stoccolma) in uno studio relativo all'anno 2008 stimò che con il solo 10% dei soldi destinati alle spese militari si potevano, per quell'anno, realizzare tutti gli 8 Obbiettivi del Millennio. Molte persone percepiscono i grandi problemi del nostro pianeta come fattori importanti ma lontani dalle loro vite, altri subiscono un forte senso d'impotenza come se, nonostante ogni nostra buona azione, non si potesse far niente di concreto per intaccarli poiché tutto è in mano a volontà superiori. Eppure sono molte le iniziative da sostenere a favore della riduzione delle spese militari o per un totale disarmo. In Sardegna c'è un movimento che si batte per far conoscere quello che succede al Poligono Sperimentale e di Addestramento Interforze. Il gruppo face book Via le armi da Capo Teulada e Quirra chiede la sospensione della presenza militare e denuncia gli allarmanti dati riguardo all'inquinamento ambientale, le malattie e le morti di tumore. Molte sono le organizzazioni in Italia che si occupano di povertà, sostenibilità ambientale, malattie e parità di genere. Parlare di diritti umani è doveroso, non ha niente di astratto, è la vita, quella nostra che non è separata da quella degli altri e dall'ambiente. Vivere con obbiettivi che riguardano il miglioramento di tutti è di per sé un'azione che aumenta la qualità della nostra stessa vita. Bartolomeo Vanzetti affermava: "lo voglio un tetto per ogni famiglia, del pane per ogni bocca, educazione per ogni cuore, luce per ogni ignoranza". Circa un secolo dopo, ai nostri giorni, in Pakistan una ragazzina di 14 anni, Malala Yousafzai, dal suo blog chiede che sia garantita l'istruzione per i bambini del suo paese, le sue parole sono: "Dateci penne oppure i terroristi metteranno in mano alla nostra generazione le anni". Malala è un’attivista per i diritti umani e si batte in particolare per il diritto allo studio delle bambine, lei stessa è poco più che una bambina. Malala è convinta che l'istruzione sia un diritto primario fondamentale per la pace del suo paese. Questa ragazzina, proprio per le sue affermazioni, è ritenuta pericolosissima dal regime talebano pakistano. Il 9 ottobre scorso è stata colpita alla testa da un cecchino ed è tuttora in ospedale attaccata ad un respiratore. Ihsanullah Ihsan, portavoce dei talebani pakistani, ha rivendicato l'attentato dicendo che la ragazza "è il simbolo degli infedeli e delle oscenità'' e ha aggiunto che se Malala sopravvivesse sarà in futuro oggetto di altri attentati. Un popolo istruito dove le normali condizioni di vita sono garantite non ha certo ragione di vivere in guerra e questo lo sanno bene i talebani come qualsiasi regime o nazione che ha come scopo l'arricchimento personale tramite la vendita di anni e lo sfruttamento delle materie prime. Siamo noi che votiamo, nella seppur contorta legge elettorale del nostro paese, i nostri rappresentanti. Abbiamo il diritto di sapere quali opinione i politici abbiano verso le spese militari, abbiamo ben diritto di protestare, come ieri hanno fatto i ragazzi, contro i tagli all'istruzione e contro le assurde spese del governo come quelle riguardo l'acquisto di F35.
Malala lotta in questo momento per la sua vita, questa ragazzina ha NATURALMENTE messo a disposizione la sua esistenza per una grande causa. Pensando a questi momenti mi viene in mente la canzone dei Nomadi "Ricordati di Chico" che diceva "Non si uccide la vita, la memoria resta".
Malala ci sta dando una grande lezione, una piccola giovanissima donna che si è alzata da sola nella lotta contro chi ha anni e semina il terrore in quelle regioni e nel resto del pianeta. Non possiamo, se vogliamo coltivare la nostra umanità, essere indifferenti a questa ragazza come suggerisce Barbara Collevecchio da II Fatto Quotidiano raccontate la sua storia ai vostri figli. Parliamo di lei, facciamo circolare il più possibile la sua volontà perché, per quanto i talebani siano forti e armati, la memoria è assolutamente più potente dei loro mitra.

Sabrina Ancarola 13 ottobre 2012

Onu lancia petizione per Maiala: difendiamo il diritto allo studio





Londra - Ha fatto commuovere tutto il mondo la storia di Malala Yousafzai, la giovane quattordicenne pakistana ora in fin di vita dopo un attentato dei talebani. Le hanno sparato perché da tempo era un personaggio scomodo: Malala era infatti diventata famosa per aver scritto un diario, divulgato dalla Bbc, dove rendeva note tutte le ingiustizie subite nel suo Paese.
Ora la giovane è in fin di vita, e l'Onu lancia una petizione per sostenerla e difendere il diritto allo studio, diritto che ha sempre sostenuto anche lei. "Garantire a ogni bambino il diritto di andare a scuola è da tempo una delle mie  passioni -  spiega Gordon Brown, inviato  dell'Onu ed ex premier britannico-. L'istruzione interrompe il ciclo della povertà e può garantire migliori condizioni di salute e prospettive di lavoro. E' arrivato il momento di lanciare una campagna e di mettere l'istruzione al primo posto".
"Dopo l'aggressione il mondo si è mobilitato per sostenere Malala. Definendo la lotta per garantire l'istruzione "oscena" i talebani hanno provocato una reazione a livello mondiale e una 'petizione globale' per chiedere più diritti per le bambine", ha concluso Brown.

Pakistan, gli studenti sfidano i Taliban Di VITTORIO ZUCCONI



Pakistan, 10 milioni di studenti pregano per Malala

In ginocchio per Malala dieci milioni pregano davanti alle sue foto

Pakistan, gli studenti sfidano i Taliban
Di VITTORIO ZUCCONI


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Pakistan, 10 milioni di studenti pregano per Malala

In ginocchio per Malala dieci milioni pregano davanti alle sue foto

Pakistan, gli studenti sfidano i Taliban
Di VITTORIO ZUCCONI


E’ UNA piccola luce di speranza accesa nella stanza dell’ospedale pakistano nel quale Malala Yousafzai cerca, a 14 anni, di sopravvivere ai talebani che volevano ucciderla, e che sta accendendo milioni di candeline.



S
PERANZA per lei, prima di tutto, ma per chiunque, a Oriente come a Occidente, voglia ancora credere che la sepa­razione fra fede religiosa e legge ci­vile, e l'eguaglianza di ogni cittadi­no senza distinzione di genere, sia l'essenza di quella che noi chia­miamo libertà. L'attentato com­piuto da un gruppo di fondamentalisti Taliban che l'hanno fermata su uno scuolabus nella valle dello Swat, identificata e colpita con due pallottole perché aveva osato di­fendere in pubblico il diritto delle bambine ad andare a scuola po­trebbe fare, insieme con la ancora fragile quando miracolosa soprav­vivenza di Malala, quello che mi­gliaia di milioni di dollari buttati, migliaia di morti, migliaia di missili e bombe non hanno saputo fare.
Mettere cioè noi, portatori vio­lenti di diritti ai quali giuriamo di credere, e il mondo islamico in uno dei suoi snodi più cruciali, il Pakistan nucleare, di fronte a una scel­ta. Se ripiombare nell'inferno dei Mullah Omar, dei Bin Laden, degli ayatollah sciiti, dei cosiddetti «martiri» vestiti di tritolo o fare un enorme balzo in avanti ricono­scendo almeno che nessun Dio e nessun Libro possono rinchiudere le donne nei recinti della ignoran­za.  O costringere altri a compor­tarsi secondo dogmi che non rico­noscono.
Malala sta pesando più di una battaglia perduta, per i dementi dell'integralismo religioso, più di quegli aerei senza pilota, i droni, che danno l'illusione di poter combattere un'organizzazione capillare di assassini con il teleco­mando. Nove milioni e mezzo di studenti (in 15mila scuole del Paese, molti anche in Afghanistan) so­no stati raccolti in Pakistan da al­tre organizzazioni religiose, scuole coraniche, predicatori, per invocare la misericordia di Allah per Malala, per testimoniare che il lo­ro non può essere lo stesso Signo­re dell'Universo che vuole am­mazzare una ragazzina per impe­dirle di parlare e di studiare. Le candele, che fedeli di ogni religio­ne accendono da secoli per illumi­nare la propria via nei momenti di disperazione e di paura, sono le stesse «Candele Gialle» che un grande scrittore cattolico, lo scozzese Bruce Marshall, vide accen­dersi nella Parigi sconvolta alle soglie dell'invasione nazista, come segno di speranza. Non c'è luce più antica ed eloquente di una cande­lina accesa, per sfidare l'oscurità del momento. Malala, osano dire i suoi tentati assassini attraverso un portavoce,  Sirajuddin Ahmad, «se l’era cerca­ta». Era stata «vittima di lavaggio del cervello» imposto dal padre, Ziauddin, che l’aveva spinta ad andare a scuola nella valle dello Swat, verminaio di Taliban ben radicati. Le aveva insegnato a usare il computer e a tenere un blog nel quale la sciagurata sosteneva empietà quali «avere il diritto di studiare, il diritto di giocare, il diritto di canta­re, il diritto di andare al mercato. E il diritto di parlare». È proprio la elementarità di questi «diritti», che noi diamo per acquisiti irreversibilmente dopo la rivoluzione Illuminista e non lo sono affatto, a misurare l'enormità di quello che il fondamentalismo, oggi soprat­tutto islamico, rappresenta.
Ma, come dimostrano undici anni di una guerra in Afghanistan che oggi nessuno, non alla Casa Bianca, non fra gli aspiranti al go­verno, non nella Nato o all'Onu sa davvero come finire, l'abisso non può essere colmato spalando spe­dizioni militari, soldi, morti e quei «danni collaterali» a colpi di droni che infiammano di giusta collera proprio coloro che si vorrebbero moderare. Se armi e spedizioni punitive bastassero, non si spie­gherebbe perché, undici anni do­po l’11 settembre, la presa del fa­natismo Taliban stia stringendosi, e non allentandosi, sull'Afghani­stan e sul Pakistan occidentale. Se qualcosa potrà muoversi, soprattutto in una nazione come il Pakistan che—mentre il mondo si ar­rovella attorno all'ipotesi che l'I­ran possa costruire un giorno la sua prima Bomba — già possiede almeno 100 testate atomiche e i mezzi per lanciarle, dovrà essere dentro, non fuori.
Sono i casi come questo di Ma­lala che possono scuotere la crosta dell'allucinazione mistica dall'in­terno e il potere politico dell'estremismo, così come sono le donne, assistite da genitori, da padri, da fratelli che rifiutano di vederle trattate come subumane, che dovran­no ribellarsi a un'interpretazione clericale della propria fede, scritta a misura e per comodità dei ma­schi. Le «candele gialle» accese at­traverso il Pakistan, come nella Parigi del 1940, sono una lucina an­cora fioca, come la vita della ragaz­za che ha il cinquanta per cento di probabilità di uscire dal coma, ma inestinguibile. «Non potranno zit­tire tutte le quattordicenni che vogliono andare a scuola e cantare» aveva scritto Malala nel suo blog, profeticamente. Ma la luce di quel lumino, se diventasse un falò, an­drebbe vista anche da lontano, magari da quella nazione che si era riservata lì diritto sovrano di «esportare la libertà e la democra­zia». E che invece rischia di ricade­re, se i «piccoli Taliban» della de­stra fondamentalista si impadro­nissero della Casa Bianca e della Corte Suprema nello stesso fossato dal quale vorrebbe salvare gli altri.

A Malala Yousafzai e al talebano che ha tentato di ucciderla





di Shady Hamadi
Malala Yousafzai è una ragazza pakistana di 14 anni che ha rischiato di essere uccisa dai Talebani, perché ha chiesto il diritto di andare a scuola. Per i Talebani queste richieste sono contrarie alla shari’a e offendono Allah.
Sono sicuro che il Dio di questi integralisti deve essere un omonimo del mio Allah e di quello delle centinaia di migliaia di persone che sono scese in piazza a manifestare per Malala. Per colpa di quei soliti, che al posto della barba dovrebbero farsi crescere il cervello, che pensano di andare alla Mecca e di espiare così le loro colpe, è la maggioranza a pagare e a venir omologata a loro dai soliti imprenditori della paura. Siamo stanchi, stufi, di questi integralisti che falsificano l’Islam, stravolgendolo per i loro comodi e tentando di imporre la loro squilibrata visione a noi…che siamo la maggioranza.
Sì, noi siamo la maggioranza. Siamo quelli che sono scesi a manifestare per Malala; che hanno pianto per le vittime (anche musulmane) dell’11 settembre; siamo quella folla che a Bengasi ha manifestato in solidarietà con gli Usa e condannando l’assassinio di Christopher Stevens. E tu, ostinato integralista, ovunque tu sia, abbiamo capito che vuoi condurre le nostre nazioni nell’ignoranza, così da fare proselitismo. Sappiamo che la tua fede criminale si nutre di ragazze giovani e innocenti, come Malala o Hina Saleem -uccisa nel 2006 a Zanano di Sarezzo. Nel mondo, però, non c’è più posto per te. Lo stanno dimostrando tante donne che, ogni giorno, rischiano la vita perchè sono le prime vittime della tua ignoranza.
Oggi, il mio pensiero va a Malala, lasciata sola a quattordici anni ad affrontare una battaglia difficile che le ha sottratto l’infanzia ma, forse, non la voglia di combattere…non più sola.                                          Da Il Fatto quotidiano

Adottiamo Malala!



L'editoriale di Corradino Mineo

Adottiamo Malala!


Modesta preghiera agli studenti, ai professori, ai presidi d'Italia. Adottate Malala Yousafzai!
Per un giorno parlate di lei a scuola, dividetevi se necessario, ma rendetele l'onore che merita.
Malala è una ragazza pakistana di 14 anni ferita alla testa e al collo. L'hanno seguita, si sono accertati che fosse lei e hanno sparato, per ucciderla.
"Dateci penne per scrivere, prima che qualcuno metta armi nelle nostre mani", annotava nel suo diario. Ma il diritto allo studio fuori dalle Madrasse, il diritto per le ragazze pakistane di andare a scuola è considerato un crimine "osceno" dai Talebani.
"Diffonde idee laiche, ci attacca, è una fan di Obama". Per questo l'hanno condannata a morte. Per questo un killer l'ha seguita e ha sparato. Da anni Malala aspettava quel killer, ma ha continuato a difendere il futuro, il suo e anche il nostro.
                                                                                              Corradino Mineo, direttore di Rai News